martedì 28 luglio 2009
lunedì 18 maggio 2009
L'avvento del Grande Mazinga

Sponsor
Forza, ragazzi, Ovolmaltina.
Sono le tre parole che nel salotto di casa adibito a tempio televisivo introducevano il rito della visione del Grande Mazinga. Era la pubblicità abbinata, anzi - sul modello collaudato americano - era lo sponsor del programma. Ricordo vagamente un ragazzotto riccio, forse rosso di capelli, che decantava le potenzialità energetiche della polvere solubile che si proponeva come alternativa alla predominanza del Nesquik e dei suoi cloni al sapor di cioccolato. Per dirla tutta la lotta era impari: l’Ovomaltina aveva un gusto poco indulgente per i nostri giovani palati. I granelli minerali lasciavano un retrogusto che “corrompeva” la pienezza della componente dolce. Senza contare che la granella non era così innocua e alcuni sensibili gargarozzi non riuscivano a trangugiare la superba pozione.
Io stesso non ero un fan dei beveroni cioccolatosi, li ritenevo un lusso sproporzionato per il mattutino cerimoniale della colazione. Anche se l’Ovomaltiva aveva già un’aura di superiorità nei confronti delle altre solubili tentazioni dolciarie: era il risultato di un abbinamento studiato al massimo apporto energetico, un cibo dalle proprietà elaborate a tavolino che evocava le imprese dei conquistatori delle vette del mondo e dei cosmonauti. Il tutto prima che ci sfiorassero i timori degli ogm e delle cibarie adulterate. La tempesta più forte nel settore alimentare fu quella delle sofisticazioni cancerogene.
Chi non rammenta la campagna anti coloranti scoppiata nella seconda metà degli anni ‘70? Ho il nitido ricordo di un solerte compagno di classe che recitava a beneficio della maestra la lista dei “cattivi”: E123, E110, E103 e via dicendo. Era come una poesia futurista, un “Primo maggio” in codice chimico. E ovviamente, posseduti dal fermento investigativo, noi piccoli scattavamo a caccia delle etichette di cibarie che incautamente indicavano le temibili numerazioni esultando quando compariva qualche nuova sigla oppure interrogandoci di fronte alle criptiche diciture: emulsionanti, agar agar ecc. Se abbiamo passato indenni la nube avvelenata di Seveso e quella radiottiva di Chernobyl forse lo dobbiamo ai nostri anticorpi mutati e irrobustiti dalle tenzoni con i più subdoli edolcoranti agenti chimici. Del resto, non è così che gli antichi si premuravano dalla minaccia degli avvelenatori, assumendo un poco di veleno al giorno per assuefare l’organismo e sviarne l’esito mortale.
Ovomaltina no, non colorava la sua materia, anzi la presentava in polpa grezza, come un preparato degno del dottor Jeckill, capace di pomparti forza nei muscoli alla stregua degli spinaci in lattina del bitorzoluto Popeye. Aveva un che di farmaceutico, serrato da una pellicola d’alluminio nel suo barattolo cilindrico pennellato di un arancio tibetano fasciato di bianco e con la scritta che - non so perché - ma mi dava l’impressione d’essere stata battuta a macchina e corretta a mano. Mani artigiane, mani di tecnici di laboratorio come quelli che in camice bianco prestavano servizio nella Fortezza delle Scienze.
Che ci fosse un non dichiarato collegamento? Chi poteva dirlo? Così ogni volta che mi sedevo davanti alla televisione per assistere alle gesta del Grande Mazinga non potevo seppellire del tutto un fievole senso di colpa per non aver adempiuto al mio dovere di consumatore scansando l’“offertorio” promozionale. Non me la sentivo di consigliare mia madre all’acquisto di qualcosa che sarebbe rimasto in dispensa, nella migliore delle ipotesi, vuoto a metà a prendere polvere. Mi sentivo un po’ abusivo, ma questo non faceva che aggiungere del brivido proibito alla visione delle avventure di Tetsuya contro il Regno delle tenebre.
foto Wander da www.swissinfo.ch
martedì 5 maggio 2009
Saluti dalla Fortezza delle scienze
Più tosto di Superman
Più cattivo di Goldrake
Più tenace di Zanna bianca
Il Grande Mazinga, un mito della generazione fantasma.
lunedì 4 maggio 2009
Anniversario e fulmini del cielo
Era il 1979 e l’intrattenimento televisivo della pausa pranzo post scolastica si arricchiva di un nuovo paladino dell’umanità:
IL GRANDE MAZINGA
Per dettagli e aneddoti, un po’ di pazienza.
venerdì 24 aprile 2009
In memoriam J. G. Ballard
E' una delle voci che, tristemente, viene depennata nella mia lunga lista delle cose da fare: quattro parole al bar della spiaggia con J. G. Ballard.
Sarebbe stato bello, una birra gelata e lo sguardo sui bagnanti sorpresi nell'affanno dell’abbronzatura e delle creme solari col pensiero inceppato nella scelta del ristorante prima della passeggiata serale.
Mi sarebbe piaciuto riflettere insieme dei brividi perduti nella bruciante parabola del Novecento e della nascita di un nuovo continente psichico. Era stato lui per primo a percepire le fanfare gorgoglianti di questa sconosciuta Atlantide.
J. G. ci ha lasciato da qualche giorno e adesso veleggia risalendo la corrente karmica lungo le frastagliate coste della sezione aurea dell'inconscio, finalmente dispiegato. Nato a Shanghai, cresciuto in un campo di prigionia giapponese, aspirante medico e infine scrittore, fotografo, sociologo dell'inconscio di massa...
Un autore autenticamente globale, della stessa caratura di un Conrad alchemico oppure di un Verne immerso per ventimila leghe sotto la pellicola delle convenzioni sociali. Ballard, palombaro della psiche, chirurgo surrealista, non mostrava paura illustrando con dovizia darwiniana la continuità tra il nostro mondo e le zone d'ombra che lo tengono assieme.
Ballard scompare in questo anno di crisi mondiale, di commemorazione lunare e di isterismi atomici che, in visionario anticipo, aveva descritto con pazienza da entomologo nei suoi brillanti libri. Ognuno prezioso, solido e sfaccettato nella sua astratta concretezza: dal catastrofismo ecologico e psichico alle mitologie dell'era spaziale passando per le ossessioni dell'homo novus sotto l'attacco dei mass media. Tutto narrato con garbo e precisione, come un'escursione vittoriana in un giardino sognato da Magritte.
Io ti ringrazio J. G.
Sarebbe stato bello, una birra gelata e lo sguardo sui bagnanti sorpresi nell'affanno dell’abbronzatura e delle creme solari col pensiero inceppato nella scelta del ristorante prima della passeggiata serale.
Mi sarebbe piaciuto riflettere insieme dei brividi perduti nella bruciante parabola del Novecento e della nascita di un nuovo continente psichico. Era stato lui per primo a percepire le fanfare gorgoglianti di questa sconosciuta Atlantide.
J. G. ci ha lasciato da qualche giorno e adesso veleggia risalendo la corrente karmica lungo le frastagliate coste della sezione aurea dell'inconscio, finalmente dispiegato. Nato a Shanghai, cresciuto in un campo di prigionia giapponese, aspirante medico e infine scrittore, fotografo, sociologo dell'inconscio di massa...
Un autore autenticamente globale, della stessa caratura di un Conrad alchemico oppure di un Verne immerso per ventimila leghe sotto la pellicola delle convenzioni sociali. Ballard, palombaro della psiche, chirurgo surrealista, non mostrava paura illustrando con dovizia darwiniana la continuità tra il nostro mondo e le zone d'ombra che lo tengono assieme.
Ballard scompare in questo anno di crisi mondiale, di commemorazione lunare e di isterismi atomici che, in visionario anticipo, aveva descritto con pazienza da entomologo nei suoi brillanti libri. Ognuno prezioso, solido e sfaccettato nella sua astratta concretezza: dal catastrofismo ecologico e psichico alle mitologie dell'era spaziale passando per le ossessioni dell'homo novus sotto l'attacco dei mass media. Tutto narrato con garbo e precisione, come un'escursione vittoriana in un giardino sognato da Magritte.
Io ti ringrazio J. G.
domenica 15 marzo 2009
La "leva" che non ribalterà il mondo
2005
Fine ufficiale della naja. Estinti i marmittoni e i “nonni” picchiatori.
Addio alle corveè e agli uomini di ramazza, agli “stai punito” e agli “avanti marsc”. Restano sul campo la nostalgia delle grandi manovre per piccoli manovratori, le frenesie militari di placidi pantofolai, gli storici dei golpe immaginari e di quelli immaginati.
Sfuma anche il fascino della divisa e si disperdono in mille rivoli le nequizie della stolidità da caserma che tanto lustro ha dato al cinema di genere.
Congedo illimitato alla leva obbligatoria e ai suoi precari punti d’appoggio.
Fine ufficiale della naja. Estinti i marmittoni e i “nonni” picchiatori.
Addio alle corveè e agli uomini di ramazza, agli “stai punito” e agli “avanti marsc”. Restano sul campo la nostalgia delle grandi manovre per piccoli manovratori, le frenesie militari di placidi pantofolai, gli storici dei golpe immaginari e di quelli immaginati.
Sfuma anche il fascino della divisa e si disperdono in mille rivoli le nequizie della stolidità da caserma che tanto lustro ha dato al cinema di genere.
Congedo illimitato alla leva obbligatoria e ai suoi precari punti d’appoggio.
giovedì 12 marzo 2009
Private danger
2004
Poteva essere l'aviaria, poteva essere il massacro di Beslan o l'attentato degli integralisti a Madrid, invece l'evento fecondo che genererà mostri è la legge sulla Privacy.
Lo scudo dei pubblici vizi, l'antenna delle private virtù.
Un separè di carta di riso per spine dorsali di canna di bambù: non si spezzano, ma si piegano ai soffi molteplici delle eventualità.
Poteva essere l'aviaria, poteva essere il massacro di Beslan o l'attentato degli integralisti a Madrid, invece l'evento fecondo che genererà mostri è la legge sulla Privacy.
Lo scudo dei pubblici vizi, l'antenna delle private virtù.
Un separè di carta di riso per spine dorsali di canna di bambù: non si spezzano, ma si piegano ai soffi molteplici delle eventualità.
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