sabato 25 maggio 2013

La marcia di Lilliput



Il sole filtra basso e dolce da una vaporosa colonna di nubi quasi appoggiando sulla superficie quieta del lago. La luce soffiata dal vento risplende sull'erba della riva, percorrendo le trame rugose della corteccia degli alberi frondosi. E' da lì che vedo arrivare la processione con un incedere baldanzoso che sa di musica. Attraversano rapidamente il verde sulla sponda superando le depressioni del terreno con passo febbrile. Li metto a fuoco lentamente: sembrano quaccheri o comunque pellegrini del Nuovo mondo: uomini vestiti di nero e blu con i cappelli a cilindro dalle larghe tese e collettoni bianchi, donne con il capo cinto in modeste cuffiette e larghe gonne scure. Il tessuto bianco e fresco delle loro camicie in movimento manda bagliori come uno scroscio di mercurio.

C'è un capo in testa alla marcia, indubbiamente una figura dal carisma religioso, lo si deduce dalla rapidità con la quale il resto del gruppo asseconda i suoi cambi di rotta, dovuti più che altro al terreno ondulato. La guida infatti cerca di discostarsi il meno possibile da una sorta di parabola immaginaria che corre parallela alla riva del lago. Noto finalmente che il reverendo stringe qualcosa tra le mani tenendolo ben distante dal petto, anzi leggermente sopra la testa in modo che tutti possano vederlo. No, non è un crocifisso, bensì una palla ovale, un pallone da rugby di cuoio scuro.

La sorpresa raddoppia quando inizio a considerare le proporzioni: la comunità in marcia sovrasta di poco i fili d'erba e scompare dietro blocchi di roccia e piccoli arbusti. Sono lillipuziani! Sono tutti alti una decina di centimetri scarsi. Una vista che stranamente mi affascina e forse per non allarmarli decido di restare immobile, appoggiato al tronco dove mi godevo il paesaggio.

Quando l'omino in testa al corteo è a tiro però non resisto e gli sparo un rispettoso ma sorridente "Wellcome!". E quello tutto impettito, senza scomporsi e senza distogliere lo sguardo dalla sua invisibile meta mi concede uno sbrigativo "Bless you the Lord" ricco di antichi accenti anglosassoni. E replico meravigliato con un ossequioso "thank you" mentre la colonna mi sfila rapida davanti senza degnarmi di uno sguardo, imboccando un sentiero tra l'erba alta - per loro - che non avevo notato prima. Sono diretti oltre un piccolo promontorio oltre il quale, probabilmente innescati da sentinelle nascoste, iniziano a diffondersi le note solenni di corni vichinghi.

La tentazione di sbirciare è forte, ma sento che non appartengo al loro mondo e potrei offenderli disturbando un'importante cerimonia. Inoltre mi chiamano "Dobbiamo partire - reclamano voci lungo la riva - sì andiamo la nostra gita è terminata". Ma nonostante le sollecitazioni mi attardo per raccogliere le mie cose e...

Foto by Kyl

mercoledì 24 aprile 2013

Napoli-nightmare




Il presidente Napolitano è giunto all'ora del fatidico pronunciamento. Chi sarà il presidente del consiglio incaricato? Di solito lo vediamo dietro la scrivania del Quirinale, assiso tra affreschi e ripiani di noce intarsiato, ma stavolta è in piedi, misticamente illuminato da raggio di luce che piove da un'alta finestra. Il momento è grave, nelle vene ottuagenarie scorre il sangue dei padri della Patria, si tratta di un'investitura solenne e densa di responsabilità storiche che vibrano di senso istituzionale. "Nel conferirle l'arduo incarico - pronuncia con la consueta prosa parlamentare - consapevole della difficile congiuntura politica ed economica, le porgo un sincero augurio perché sappia costituire un governo in grado di dare al Paese le urgenti risposte che necessita". Il presidente sorride e tende la mano per congratularsi con il candidato premier. L'inquadratura si allarga e lo vediamo di fronte ad un grande specchio dalla cornice dorata: il presidente ha incaricato il presidente!

In prima battuta vi fu una certa confusione, i segretari di partito presi in contropiede balbettarono in tivù dichiarazioni contrastanti, ma non apertamente negative. Casini raggiante si slacciò la cravatta e a Maroni si appannarono gli occhiali. Vendola vide nel bi-presidente un sottinteso riferimento alle unioni gay e Berlusconi fu colto da una paresi ridens. Beppe Grillo invece fu chiaro: annunciò il sacco di Roma convocando lanzichenecchi via twitter, ma ci fu confusione sull'autogrill scelto per il raduno e non se ne fece nulla. Verso sera un paio di costituzionalisti ammisero che la decisione di Napolitano non era campata in aria, anzi aveva concrete fondamenta nella lex imperialis di Ottaviano e siccome la Borsa dava segnali positivi e lo spread continuava a calare si decise di attendere il giorno dopo. E il doppio presidente Napolitano non si fece attendere. Di prima mattina convocò le telecamere per annunciare il nuovo governo. "Ministro degli Interni, Giorgio Napolitano; Ministro dell'Economia Napolitano Giorgio" e via così. Un elenco monotono forse, ma capace di raccoglie vasti consensi dentro e fuori il Parlamento. Una delegazione della Corea del Nord giunse addirittura in visita di studio.

I problemi di governabilità e le annose beghe di partito erano finalmente accantonati per una guida unitaria e salda, a tutti i livelli. Grazie infatti a sofisticate tecniche di copisteria, ogni Comune ebbe il suo Napolitano da affiggere in municipio e al quale rivolgersi per le pratiche più spinose. Non trascorsero neanche due settimane e con il beneplacito della Bce, auspicato dalla Germania, si passò dall'euro al Napolitaner: moneta meno pretenziosa e più rispondente ai valori reali del Paese.

Sette anni dopo quel fatidico giorno non possiamo che plaudire alla felice intuizione presidenziale, capace di oltrepassare una crisi istituzionale che rischiava di frantumare la Repubblica. E così mentre attendiamo il responso dall'urna del Cern sulla riclonazione del presidente Napolitano ascoltiamo il suo più recente inno: Fardelli d'Italia.

giovedì 18 aprile 2013

D. D. dopo il default



Interrompiamo le visioni per una urgente comunicazione dal deserto del reale



Figliolo, sganciati un attimo da quegli ologrammi animati e dai un'occhiata fuori dall'oblò: una volta questa era l'Italia! Guarda laggiù, tra le spiagge delle coltivazioni di branzini e gli appennini livellati dalla transcontinentale africana si nota ancora la sagoma di un vecchio stivale, non vedi? Lo chiamavano Belpaese perchè in passato è stato la culla di fiorenti civiltà, il centro di un grande impero e patria di molti artisti. Sì, lo so che sai già tutte queste cose, sono nel data base di storia, ma forse non conosci tutto quello che è accaduto nel P.D., Prima del Default. Che poi è la ragione che ci ha portati qui. Era un periodo di grande confusione, l'economia del Paese boccheggiava, la politica più che risolvere creava problemi e lo scontento sociale ribolliva. Intanto il debito pubblico cresceva e lo Stato firmava "pagherò" a tassi di interesse sempre più alti sotto gli sguardi preoccupati dell'Unione europea. Le ennesime elezioni non fecero chiarezza: in Parlamento finirono conservatori, riformisti e rivoluzionari.

Tre forti espressioni della volontà popolare però incompatibili, era come cercare di mescolare acqua e olio: non si trovava una formula stabile di governo. Serviva una personalità super partes in grado di raccogliere un ampio consenso, dentro e fuori il palazzo. Esauriti gli usurati candidati istituzionali, il presidente uscente giocò l'ultima carta disperata chiamando in causa un personaggio extra politico sulla breccia della popolarità da decenni, sinonimo di giustizia sociale e simpatia. Fu così che venne convocato il Gabibbo e le Camere finalmente non ebbero nulla da obiettare, consegnandogli un mandato di piena fiducia. Del resto l'ombra delle inchieste di capitan Ventosa incombeva sugli eventuali oppositori. Il primo passo non fu, come auspicato dal ministro dei Beni culturali Claudio Bisio, l'invasione della Svizzera per riguadagnare i capitali fuggiti, ma una proposta di resa incondizionata al Vaticano. Proposta che Papa Francesco declinò gentilmente: bueno, sono per una Chiesa povera, ma non fessa.

Il Trio Medusa, delegato alla Giustizia, avviò una lotta senza quartiere all'evasione abolendo la vetusta Guardia di finanza per istituire il Corpo delle Veline: gli evasori si abbandonavano in confidenze fiscalmente compromettenti davanti a un drink in compagnia di belle ragazze. Il quadro riformatore si completò con l'elezione del nuovo presidente: Paolo Villaggio, in arte Ugo Fantozzi, che pur incarnando lo spirito abbacchiato del Paese da buon ragioniere poteva far valere un solido titolo di tecnico. E il pezzo di carta sortì il suo effetto quando, presentatosi in Germania nelle vesti del professor Kranz, paventò una guerra dei bretzel (tipici salatini alsaziani) ottenendo da una Merkel intimorita la calmierazione dello spread. L'Italia però doveva continuare il cammino per l'azzeramento del deficit e la soluzione fu radicale: la repubblica venne trasformata in società per azioni e i cittadini in qualità di azionisti si dovevano accollare quote di debito da smaltire. I venditori più capaci si manifestarono al Sud e al Centro: ignari magnati russi acquistarono fontana di Trevi, Colosseo e Pompei per fantastilioni di rubli per poi accorgersi che si trattava di riproduzioni in miniatura. Intanto Benigni, impegnato in un tour mondiale per la promozione della cultura tricolore, vendeva copie della Divina Commedia autografate da un tale Domenico Alighieri. Anche l'economia riprendeva a girare con l'introduzione di nuovi modelli Fiat di auto a pedali: risparmiose e tonificanti.

Ma un imprevisto rovinò tutto: il premier Gabibbo morso dal suo tapiro fu preso dalla febbre e dichiarò che l'Italia sarebbe uscita dall'euro per tornare al sesterzio. Era di nuovo il caos. Fortunatamente un commercialista in pensione in visita all'osservatorio astronomico di Brembate Sopra capì che la sequenza armonica della pulsar nella nebulosa del Granchio non era un fenomeno naturale ma una precisa opa - un'offerta di pubblico acquisto in linea con i canoni della Consob - e comunicò la sua scoperta alla ministra delle Comunicazioni Maria De Filippi. Dopo una breve trattativa si arrivò all'accordo per il noleggio del Paese: cinque anni in cambio del ripianamento dei debiti. Scoprirono troppo tardi che si trattava di cinque anni galattici. Adesso preparati per l'atterraggio, a Roma non si trova mai un posto per l'auto, figuriamoci per un disco volante.

"Cloud dragon" foto by Kyl

giovedì 7 marzo 2013

Santana & Woody Allen: the lost concert




C'è agitazione nella mia vecchia casa, una villetta a schiera nella periferia di un paese di provincia. Il semplice ritrovo della mia cerchia di amici e conoscenti si anima per una esibizione eccezionale: Santana e Woody Allen. Rock, jazz e cinema in un colpo solo. Lui in giacca di pelle senza maniche e camicia dai colori sgargianti, imbraccia già la chitarra e quieto discorre con dei ragazzotti del suo entourage. L'altro indossa una maglietta a mezze maniche e tiene a distanza gli ammiratori lanciando sguardi interrogativi dietro le lenti dalla montatura spessa, non ha ancora estratto il clarinetto dala custodia.
Non so perchè siano arrivati o chi li abbia portati, ma un brivido di orgoglio mi percorre quando i vicini reclamano un posto per assistere all'esibizione. Ed ecco che per accontentarli i tecnici cominciano a lavorare per allestire un impianto nel giardino sul retro. Il ragionamento è valido: c'è più spazio rispetto al salotto e la gente può ascoltare affacciandosi dalle finestre dei palazzi. Ma è già sera e all'improvviso per facilitare il lavoro di questi roadies spuntati da chissà dove, appare il cono di luce di un enorme riflettore montato direttamente sul tetto di una delle villette confinanti.

Sono agitato, un incontro tra amici si sta trasformando in una piccola Woodstock sotto i miei occhi. E poi sento che dovrei intervistare i protagonisti per realizzare una sorta di scoop, ma devo anche fare gli onori di casa e fingere di sovrintendere un'organizzazione che in realtà si muove senza il mio consenso, in piena autonomia. Tanto che all'improvviso la sede del concerto viene spostata nel giardino anteriore, sicuramente più spazioso. Facendo questo passa il tempo ed è già mattina inoltrata: l'aria è luminosa e calda, il prato risplende dei raggi del sole. Allen è molto tranquillo, aspetta come se fosse alla fermata del bus. Santana non ha mollato la chitarra, quasi fosse lì per sparare un assolo alla prima provocazione. Sbuffa, forse ha sete mi dico e corro in casa a prendere dell'acqua e un bicchiere di vetro. Quest'ultima penso sia una finezza che non passerà inosservata.
Dal frigo prendo una bottiglia e la porgo dalla finestra a uno dei giovani che stanno lavorando sul prato: in inglese gli chiedo se hanno bisogno d'acqua. Mi accorgo subito però che il tipo è italiano e lui in risposta mi invita a uscire di casa per dargli una mano. Apro la porta finestra e vengo incrociato da un altro giovanotto con gli occhiali da nerd. I due mi chiedono cosa penso di un fattaccio dell'anno scorso: tafferugli e diritti della donna. Ricordo qualcosa vagamente però capisco che questi due non c'entrano con il concerto, hanno l'aria di appiccicosi attivisti. Ringrazio e batto in ritirata tra le mura riconquistate.

Foto Kyl: Barcellona 2010 Waiting for the artists

sabato 16 febbraio 2013

Un viaggio in Turchia: la nuova Efeso




Dopo un'incresciosa sosta in una libreria al piano interrato di un complesso commerciale durante la quale ho cercato di evitare il contatto - persino lo sguardo - di noti soggetti negativi, mi preparo a liberare il campo. Afferro un libro su Napoleone (inserito tra le pagine c'è un pieghevole che pubblicizza un incontro sul condottiero corso) e mi precipito alla cassa con manovra zigzag. Davanti al commesso giovane estraggo un portafogli sigillato con chiusure a strappo, peccato che l'interno sia fradicio: estraggo due biglietti da cento (cento cosa?!?), uno dei quali addirittura bucato, e due da dieci. Li stendo sul bancone speranzoso e il commesso comprensivo accetta.

Ho fretta di allontanarmi. Mi lancio sulla rampa di scale con una tale foga che raggiungo in pochi balzi i piani superiori dove gli spazi commerciali lasciano il posto a residenze esclusive. O così suggeriscono le grandi vetrate che offrono scorci di una metropoli antica ma proiettata verso il moderno. Arrivato all'ultimo piano mi rendo conto d'aver sbagliato strada, ho superato l'uscita a livello della strada. Allora scendo ed esco dal lato opposto, l'ingresso dei residenti, verso il cortile passando per una sala fitness frequentata da mature signore che ostentano cotonature anni '50 e anelli d'oro. Esco nel giardino che somiglia tanto a un campo di calcio ancora da completare e qui vengo apostrofato da un cagnetto. Il bastardino abbaia, ma per me è come se parlasse invitandomi a lasciare la proprietà privata.

A passo di carica riguadagno la strada, una stretta strada lastricata di pietra e porfido, tra caseggiati alti e storti che fanno tanto centro storico toscaneggiante. Un tratto è ingombrato da negozi - bar e ristoranti principalmente - nel pieno di manovre da inventario e rifornimenti. Pallets di bibite e bottiglie d'acqua sbarrano il passo e allora mi produco in un prodigioso salto - da fermo - scavalcandole a piè pari con corredo di commenti ammirati da parte di uno degli esercenti. La passeggiata prosegue con le osservazioni della fauna locale: non mi sfugge l'ingresso di uno scantinato equivoco presidiato da due giovani cinesi. La ragazza in minigonna ostenta calze traforate e confabula con un coetaneo dai capelli arruffati da spalettate di gel che annuisce affondando le mani in tasca. Il caschetto di capelli nero scintillante della giovane gareggia con il nero della giacca del ragazzo, la parodia cheap di uno smoking con le maniche arrotolate sugli avambracci. La tentazione di dare uno sguardo dentro mi solletica, ma immagino la solita bisca e passo oltre.

Pochi metri e vengo intercettato da un terzetto di amici. Uno si sbraccia: "Ehi, che si deve fare per chiamarti?". Dicono d'avermi scorto in libreria ed è quasi sottinteso che debba unirmi a loro per una bevuta. Per fortuna la strada mi offre l'opportunità per sganciarmi. La complessa architettura del centro storico vede la strada ostruita da un grosso edificio color sabbia: si può proseguire ma soltanto strisciandoci sotto, perchè la costruzione è come appesa ai due lati della strada. Mentre gli altri si infilano sotto, io scelgo l'alternativa di uno stretto pertugio e li semino mescolandomi tra un'umanità che sa di casbah, turismo dubaiano e antichi mestieri.

Ci sono ovunque piazze biancastre con rovine romane, blocchi di marmo erosi dal tempo, resti sparsi di facciate e monumenti. Su un pendio lastricato che scambio per un belvedere un gruppo di persone sosta davanti a un televisore lcd che trasmette un blob di vecchi film d'azione turchi anni '70: pugni, pupe e canzonette. In inglese mi rivolgo a uno sghignazzante signore in maglietta marinara: è un locale dai capelli corti e brizzolati sulla testa tonda pennellata d'una abbronzatura stanziale. Gli chiedo dove si possono vedere film del genere e mi risponde in un anglo-italiano che devo andare al cinema comedy central. Mi riprometto di andarci, ma il tizio attacca bottone e fatico a seguire il suo discorso. Si avvicina un suo compare che sembra il sosia di Ciccio, con mula al seguito. Mentre cinanciano tra loro l'animale si posizione proprio col deretano puntato sul sottoscritto e intuendo il finale cerco di divincolarmi tra la folla. Comincio a sospettare che sia una candid camera o che sia un duo di svitati buontemponi dallo scherzo pesante. Infatti fanno ostruzione finchè uno schizzo giallastro e liquido non mi raggiunge, schivo il "grosso" ma delle macchie oleose precipitano sulla mia maglietta. La folla ora strepita in preda a raffiche di risate convulse.

Batto in ritirata. Per fortuna non sento addosso l'odore dello slime giallognolo, però vorrei cambiarmi d'urgenza. Dribblo carretti di venditori di souvenir, gruppetti familiari con donne velate finchè arrivo a una piazzetta immacolata e quieta dominata da uno stand a forma di giostra. Ma non è quella la cosa che mi colpisce subito quanto una ragazza che parla con una coppia di anziani turisti: fisico snello, forme da hostess. Ma il suo viso... un trucco marcato, artificiale, ai lati della bocca ha disegnati due solchi. Santo cielo è una bambola! O almeno, le vuole somigliare. Indossa una salopette bianca che le lascia scoperte le ginocchia e anche quelle sono truccate come le giunture a incastro di una bambolina di plastica. Dolls è l'insegna dello stand e non riesco a immaginare cosa possano vendere: cosmetici? Vestiti? Animazione di feste? Sono una decina di ragazze in vari costumi, dallo sportivo ai merletti, dirette da una paciosa signora dalle fattezze orfeiane che le ammaestra come una garrula burattinaia. Devo comunque attraversare la piazza e lo faccio a passo accelerato, anche se una delle impressionanti doll cerca di abbordarmi. Declino gentilmente, vado di fretta e sono impresentabile.

Altra piazza con sorpresa. E' cinta in parte da un colonnato che imita lontani fasti architettonici, bianche scalinate neoclassiche e centro una muraglia rossa, un parete di mattoni rosso lava con strane angolazioni. Vedo dei giovani che si arrampicano perchè lo spettacolo sta dentro. Si sente del movimento accompagnato da una musica disco che fa tanto luna park. La chiamano la rosa rossa: vista dall'alto è un ottagono, una struttura in pvc scaldato al centro da una fonte di calore naturale. Il materiale nel mezzo si scioglie e si ricompone creando forme fantastiche, pilotate da artisti e sponsor (a un certo punto dai flutti rossi emerge anche una mastodontica bottiglie di Fernet Branca). Sui bordi della rosa mi sono arrampicato anch'io seguendo l'esempio di un terzetto italofrancese. Sto cercando inutilmente di accendere la macchina fotografica con una mano sola, mentre con l'altra mi reggo in bilico sullo spigolo. La italofrancesina dalle lunghe chiome bionde siede senza problemi e rimprovera i suoi amici che si sporgono sul magma plastico. Ma i due se ne infischiano e come surfisti richiamati dalle onde si buttano tra i flutti cremisi, apparentemente indenni e ululanti di adrenalinico entusiasmo. Una voce da un invisibile altoparlante precisa che la rosa rossa è azionata da energia naturale e che il Paese è autosufficiente dal punto di vista energetico. Buon per loro, me ne vado. "Certo, penso, sarete anche a posto con l'energia, ma avete un territorio delicato, esposto a terremoti spesso devastanti". Tutte le rovine assumono un'altra veste, meno fiera e preziosa, mi sembrano dei superstiti. Mentre mi infilo strusciando fra tre esili colonne d'alabastro e mi chiedo quanto dureranno.

Bancarelle di frutta fresca tentatrice catturano i miei sguardi. So che non conviene per via dell'acqua, per via dei batteri, però allettano non poco quelle fette di melone brillanti, pesche scintillanti, spicchi verdi e bianchi che promettono succo dolce e asprigni umori. Cogliendo telepaticamente i miei desideri, il tipico ambulante sdentato e bruno come una corteccia d'albero mi indica la mercanzia curiosamente incellophanata sopra una carriola. Ma per lui ho soltanto un cortese "no" che fa calare il sipario sull'intera escursione.

giovedì 14 febbraio 2013

Una storia a brandelli



L'ambiente è chiuso, grandi vetrate e linee di luce artificiale che contrastano le ombre serali. Sono in bilico su una corda di taparella stesa tra le due sponde di una piscina deserta. Più mi sposto e più affondo. Indosso un pigiama estivo di tela leggera che mi fa somigliare a un nottambulo Papillon. Sono quasi a metà del guado con i piedi a mollo e quasi convinto che presto dovrò sguazzare. Ma ecco che un tiepido abbraccio mi avvolge. E' una promessa di felicità che mi convince e mi tranquillizza. E' una divinità acquatica emersa da liquide profondità, come la custode lacustre della spada Excalibur. E' un momento di gioia e quasi mi dispiace scoprire che in realtà il fondale della piscina è soltanto una spanna più sotto: sono in una vasca per bimbi.


Il condominio dove sono ospite ha un ingresso come tanti ma dentro niente ascensore. Ai piani si arriva con le scale mobili, che si incrociano a x dietro una maglia di vetro e acciaio che rappresenta la facciata dell'edificio. Così mentre salgo noto una rampa discendente che stranamente non si muove: c'è il corpo di un uomo in giacca e cravatta slacciata rannicchiato sui gradini. Dorme quietamente con la testa appoggiata a un impermeabile arrotolato. Lo riconosco, è Alan Alda. Un pensiero mi illumina: Pierce e Mc intyre di Mash. Nell'ultimo scampolo di visione scorgo un'altro addormentato dalla testa rosso ricciuta: è lui, l'inseparabile compagno di sala operatoria.


In casa: un appartamento stretto e lungo, arredato in toni moderni e pratici, uno stile Ikea, ma un poco più vintage seventies. Sulle mensole statuette di IZemborg e Ultraman in pose guerresche, un piccolo visore trasmette in sequenza muta scontri di giganti in costume tra i palazzi di compensato in scala perfetta che si impolverano ad ogni capitombolo. Su un tappeto color crema incorniciato di marrone c'è un tavolino basso nero dove già sono disposti alcuni soldati in scala 1/35: sono degli Atlantic tedeschi, ovviamente in pose mai viste. Sembrano più delle statuine da piazzare su una eventuale scacchiera. E come posseduto dal demone del gioco inizio a schierarli sul tavolo, sul tappeto, in corridoio. A un certo punto sento un vociare che arriva dalla porta finestra. L'impulso è di fare ordine prima di un'invasione poco rispettosa del contesto ludico, ma la curiosità prevale. Apro la porta finestra e mi ritrovo al pianterreno di una grande avenue. Al centro della scena una squadriglia di ragazzine asiatiche imbronciate che prova i passi di un balletto metropolitano. Una punk side story che ruba a Bernstein e Beat it di Michael Jackson.

venerdì 28 dicembre 2012

La roggia e la cicatrice




Indagine in corso. Finalmente faccio il mio mestiere e con finta disinvoltura mi spingo tra i caseggiati di un quartiere di periferia ben noto alle cronache. All'apparenza è una zona residenziale luminosa dove i palazzi naviformi contendono la luce agli spicchi di verde delimitati da camminamenti di cemento. Eppure c'è un mistero da illuminare per la curiosità dei miei lettori. Lo sento nel cuore il peso di questa missione, non per fidelizzare – termine che sa di guinzaglio – ma per non tradire le aspettative di chi mi segue sulle pagine del giornale.

Ho divagato fin troppo in amenità pasionarie e sento che occorre una sterzata nel reale. Ecco perché nel teporoso pomeriggio marcio per deserti cortili comunicanti in un canyon di palazzoni storti che paiono spuntare da terra come zanne squadrate di giganti. Edifici pieni di finestre rettangolari poste a eguale distanza come francobolli da collezione. Dagli ultimi piani pendono rigogliose liane d'edera che si attorcigliano ai davanzali. L'effetto capelli al vento dà quasi delle espressioni umane alle facciate.

Dopo aver studiato le sagome irregolari di alcune costruzioni noto la presenza di cavi e teleferiche. Un sistema di trasporto ad alto rischio che però supplisce la mancanza di ascensore. Il terreno dei cortili è accidentato: si aprono tra il verde e il cemento dei sentieri delle fangose trincee da lavori in corso.
All'improvviso, come ispirato, mi arrampico per la facciata di un palazzo che si inclina con pendenza di 45°: quando raggiungo il culmine della performance alpina mi domando se sia questa la strada giusta, dopo tutto il guaio può anche stare ai due capi della teleferica. E così uno sguardo vertiginoso dal 5° piano mi fa individuare una roggia placida dove l'acqua ha l'aspetto di colla liquida, trasparente.

Ridiscendo la parete a ragno e cammino lungo le brumose rive di terriccio fino a una pozza dove è semi sommerso un container bianco. L'imprevista visione mi dà un altra scossa e cerco di trovare un altro punto di guado o vedere se ci sono scritte che possano fornire una nuova pista. Aiutandomi con una trave di legno da cantiere arrivo sul tetto del container, ma appena lo sfioro la sostanza con una scarpa ecco che prende fuoco: svento comunque il pericolo di diventare una torcia umana. Battendo freneticamente il piede a terra smorzo le fiammelle. La suola è intatta e posso affrontare il tragitto del ritorno.

E' un pasticcio. Cos'è quella roba e chi l'ha versata in mezzo alle case? Si è riempito un fossato che sta attorno a un caseggiato. Temo che possa riversarsi negli scantinati, o forse è già accaduto. Ma non voglio essere eccessivamente allarmista e cerco di avvicinare qualche residente. Scorgo in un androne due donne borse della spesa attorniate da bambini giocanti. “Scusate, sono...” Mi investono subito di parole, getti verbali che fatico a decifrare. La più anziana lamenta l'inazione dei miei colleghi. Una litania che pare non finire.

Con un gemito perentorio mi impongo nella conversazione a senso unico e chiedo ulteriori spiegazioni. La donna con la pelle a pergamena, insolitamente abbronzata – forse dal sole della costa Brava – replica col solito misto di disillusa rassegnazione condita da sprazzi d'ironia. Io non posso garantire soluzioni ma illustrare il problema ai lettori, incalzare chi deve darmi risposta. Il sorriso vacilla. S'intromette la donna più giovane che mi dà una versione dei fatti più colorita, un collage di spizzichi e sentito dire. Mi pare sia più impegnata a mostrarmi che non ha il piercing sulla lingua, ma una bianca cicatrice. Un incidente d'infanzia?


Caravaggio country road Foto Kyl