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martedì 17 settembre 2013
Parking nightmare
Fine turno, si esce dall'ufficio. Ma prima mi cade l'occhio su una cartina stradale spiegata su un tavolo e scopro che il paese di Cene è una deliziosa località nel verde circondata da laghetti. Ecco perchè me la decantavano tutti! E noto che poco più sotto c'è Lambrate: è il paese che prende nome dalla stazione? Se è così è molto vicina e comoda per raggiungere Milano. In sovrappiù, quasi a metà del percorso spicca un abitato che si chiama Rai: forse un villaggio televisivo? Decido di fare un'esplorazione.
Come al solito mi ritrovo a piedi in una zona desolata di capannoni, prati spelacchiati con ciuffi d'erbaccia gialla circondati da nodi di superstrade. Sento che ho sbagliato obiettivo devo rimettermi in viaggio. Me lo conferma un collega di passaggio spiegando che la via per Lambrate è un percorso ad alto traffico non certo questa periferia sgangherata. Prima di ritrovare l'auto mi avvicino a una serie di palazzi anni '70 confinanti con vecchi capannoni industriali. E' una zona semideserta dove l'unico segno di vita sono i parcheggi.
All'improvviso la luce cambia. Il cielo sopra di me è notturno: vedo le costellazioni basse poco sopra l'orizzonte frastagliato dalle sommità dei condomini. Un tizio che cammina con difficoltà diretto verso uno scooter cambia direzione e mi prende di mira biascicando qualche parola incomprensibile. Non è la solita scena dello zombi, ha più l'aria di un disabile mentale che vuole lanciarsi in qualche gioco manesco. Infatti mi si butta addosso e con qualche difficoltà lo scanso. Mi insegue, ma è lento.
Altri due figuri arrivano da una via laterale. Hanno l'aria di essere intontiti e posseduti: sospetto che ci sia di mezzo lo strano fenomeno celeste. Ormai mi hanno circondato e non trovo altra soluzione che rovesciargli addosso una serie di improperi. La cosa ha effetto, si scuotono, si svegliano. Subito gli faccio presente che dobbiamo reagire, organizzarci. Una grossa macchina nera con finestrini oscurati sfreccia a tutta velocità sulla via e quasi ci investe. Quando la nuvola di polvere s'abbassa una schiera di figure si fa avanti: maglietta celeste e pantaloni stretti con la piega, capello impomatato e sguardo perso. Un'intera squadra di bowling ci viene addosso. Insieme agli altri li spintoniamo via gridandogli in faccia: è l'antidoto per riscuoterli.
Intanto il sole sorge. Ma è il sole? Una macchia di luce che si allarga al centro del cielo. Il buio stellare viene schiacciato, inghiottito dall'orizzonte. L'incubo svanisce, posso tornare al parcheggio a cercare l'auto.
giovedì 25 luglio 2013
Forza di volontà vs forza di gravità
L'avevo vista di sfuggita alzando lo sguardo distrattamente e dopo averla focalizzato fingevo attentamente indifferenza. Era un'orrida massa rocciosa, un incubo partorito da Dalì alto centinaia di metri che sbucava dalla terra e minacciava il cielo d'azzurro quieto come una baldanzosa bestemmia. Forse, mi dicevo abbassando la testa, se non le dò peso non dovrò frequentare quella mostruosità. Invece, come se si fosse aperto un terzo occhio, iniziavo a esaminarne il profilo curvo che alla sommità annunciava una sfida ancor più alta al mio senso di vertigine: un ponte tibetano fatto di sottilissimi cavi neri. Una costruzione talmente precaria che pareva non avere sponda sulla quale poggiarsi. Restava lì, protesa in una foschia lattiginosa dovuta alla distanza. Non c'era nulla all'altro capo. O così sembrava.
Il percorso cominciava da una comunissima rampa autostradale che si assottigliava man mano l'auto - un datato fuoristrada - si inerpicava per i fianchi della montagna. Al volante c'era un militare, forse un carabiniere che sapeva il fatto suo, o almeno così dava a vedere. Nel giro di pochi istanti la pendenza iniziò a farsi sentire: 30°, poi 40°. Io, un fascio di muscoli e nervi tesi in allarme, ero a fianco del conducente che rispondeva alle futili domande di altri due passeggeri. Era chiaro che dovevamo andare a verificare lassù, ma continuavo a chiedermi come fosse possibile. Ero schiacciato contro il sedile e la grande paura si insinuava nei miei pensieri: e se adesso si spegne il motore? E se si buca una ruota? Immagina l'effetto di una pioggia di frammenti di roccia..
Io controllavo il nostro pilota: mani sul volante, tranquillo, non l'avevo visto mai cambiare la marcia, si procedeva a velocità costante macinando un fondo stradale semisterrato e il motore non sembrava sotto sforzo. La base della montagna era la parte più ripida, considerai, mentre il braccio della cima inarcato a sinistra offrirà una pendenza meno impegnativa. Certo, andava messo in conto il problema delle buche: un sobbalzo troppo esagerato e la jeep si sarebbe ribaltata con effetti devastanti. Ma no, dovevo pensare che ce l'avremmo fatta. Il carabiniere sembrava tanto sicuro.
Interno: è un piccolo rifugio di montagna, un laboratorio artigianale con spaccio di formaggi d'alpeggio, un avamposto d'osservazione. Di preciso non lo so. Anche se prevale la sensazione che sotto ci sia dell'altro. Non posso togliermi dalla testa l'immagine del ponte sospeso. Forse il progetto segreto sta nel percorrerlo con la macchina: una pazzia. I locali sono stretti e lunghi, ingombrati da lunghi tavoli con panche. Io sono seduto e osservo il viavai di quelli che paiono innocui escursionisti e scalatori di lungo corso. Sono seduto perché ho difficoltà a camminare: la pendenza si è impadronita delle mie gambe. Appena mi alzo il peso mi trascina contro la parete più vicina. Se non ci fossero ostacoli immagino che volerei giù fino a valle.
Il carabiniere e due ragazzine in camicia a scacchi si accorgono del mio immobilismo e mi incoraggiano: sù ce la puoi fare, fai come noi. In effetti a parte l'andatura un poco spedita nella direttrice nord sud non sembrano avere grossi problemi di movimento. Ma c'è un velo di pazzia in tutta l'operazione: perché costruire qui? Una parete di roccia buona per capre e stambecchi. E ora mi chiedono di opporre la forza di volontà alla forza di gravità. Folle. A che pro? Forse solo per il gusto della sfida. E' bastato questo pensiero per rimettermi, pur faticosamente, in piedi.
giovedì 7 marzo 2013
Santana & Woody Allen: the lost concert

C'è agitazione nella mia vecchia casa, una villetta a schiera nella periferia di un paese di provincia. Il semplice ritrovo della mia cerchia di amici e conoscenti si anima per una esibizione eccezionale: Santana e Woody Allen. Rock, jazz e cinema in un colpo solo. Lui in giacca di pelle senza maniche e camicia dai colori sgargianti, imbraccia già la chitarra e quieto discorre con dei ragazzotti del suo entourage. L'altro indossa una maglietta a mezze maniche e tiene a distanza gli ammiratori lanciando sguardi interrogativi dietro le lenti dalla montatura spessa, non ha ancora estratto il clarinetto dala custodia.
Non so perchè siano arrivati o chi li abbia portati, ma un brivido di orgoglio mi percorre quando i vicini reclamano un posto per assistere all'esibizione. Ed ecco che per accontentarli i tecnici cominciano a lavorare per allestire un impianto nel giardino sul retro. Il ragionamento è valido: c'è più spazio rispetto al salotto e la gente può ascoltare affacciandosi dalle finestre dei palazzi. Ma è già sera e all'improvviso per facilitare il lavoro di questi roadies spuntati da chissà dove, appare il cono di luce di un enorme riflettore montato direttamente sul tetto di una delle villette confinanti.
Sono agitato, un incontro tra amici si sta trasformando in una piccola Woodstock sotto i miei occhi. E poi sento che dovrei intervistare i protagonisti per realizzare una sorta di scoop, ma devo anche fare gli onori di casa e fingere di sovrintendere un'organizzazione che in realtà si muove senza il mio consenso, in piena autonomia. Tanto che all'improvviso la sede del concerto viene spostata nel giardino anteriore, sicuramente più spazioso. Facendo questo passa il tempo ed è già mattina inoltrata: l'aria è luminosa e calda, il prato risplende dei raggi del sole. Allen è molto tranquillo, aspetta come se fosse alla fermata del bus. Santana non ha mollato la chitarra, quasi fosse lì per sparare un assolo alla prima provocazione. Sbuffa, forse ha sete mi dico e corro in casa a prendere dell'acqua e un bicchiere di vetro. Quest'ultima penso sia una finezza che non passerà inosservata.
Dal frigo prendo una bottiglia e la porgo dalla finestra a uno dei giovani che stanno lavorando sul prato: in inglese gli chiedo se hanno bisogno d'acqua. Mi accorgo subito però che il tipo è italiano e lui in risposta mi invita a uscire di casa per dargli una mano. Apro la porta finestra e vengo incrociato da un altro giovanotto con gli occhiali da nerd. I due mi chiedono cosa penso di un fattaccio dell'anno scorso: tafferugli e diritti della donna. Ricordo qualcosa vagamente però capisco che questi due non c'entrano con il concerto, hanno l'aria di appiccicosi attivisti. Ringrazio e batto in ritirata tra le mura riconquistate.
Foto Kyl: Barcellona 2010 Waiting for the artists
sabato 16 febbraio 2013
Un viaggio in Turchia: la nuova Efeso

Dopo un'incresciosa sosta in una libreria al piano interrato di un complesso commerciale durante la quale ho cercato di evitare il contatto - persino lo sguardo - di noti soggetti negativi, mi preparo a liberare il campo. Afferro un libro su Napoleone (inserito tra le pagine c'è un pieghevole che pubblicizza un incontro sul condottiero corso) e mi precipito alla cassa con manovra zigzag. Davanti al commesso giovane estraggo un portafogli sigillato con chiusure a strappo, peccato che l'interno sia fradicio: estraggo due biglietti da cento (cento cosa?!?), uno dei quali addirittura bucato, e due da dieci. Li stendo sul bancone speranzoso e il commesso comprensivo accetta.
Ho fretta di allontanarmi. Mi lancio sulla rampa di scale con una tale foga che raggiungo in pochi balzi i piani superiori dove gli spazi commerciali lasciano il posto a residenze esclusive. O così suggeriscono le grandi vetrate che offrono scorci di una metropoli antica ma proiettata verso il moderno. Arrivato all'ultimo piano mi rendo conto d'aver sbagliato strada, ho superato l'uscita a livello della strada. Allora scendo ed esco dal lato opposto, l'ingresso dei residenti, verso il cortile passando per una sala fitness frequentata da mature signore che ostentano cotonature anni '50 e anelli d'oro. Esco nel giardino che somiglia tanto a un campo di calcio ancora da completare e qui vengo apostrofato da un cagnetto. Il bastardino abbaia, ma per me è come se parlasse invitandomi a lasciare la proprietà privata.
A passo di carica riguadagno la strada, una stretta strada lastricata di pietra e porfido, tra caseggiati alti e storti che fanno tanto centro storico toscaneggiante. Un tratto è ingombrato da negozi - bar e ristoranti principalmente - nel pieno di manovre da inventario e rifornimenti. Pallets di bibite e bottiglie d'acqua sbarrano il passo e allora mi produco in un prodigioso salto - da fermo - scavalcandole a piè pari con corredo di commenti ammirati da parte di uno degli esercenti. La passeggiata prosegue con le osservazioni della fauna locale: non mi sfugge l'ingresso di uno scantinato equivoco presidiato da due giovani cinesi. La ragazza in minigonna ostenta calze traforate e confabula con un coetaneo dai capelli arruffati da spalettate di gel che annuisce affondando le mani in tasca. Il caschetto di capelli nero scintillante della giovane gareggia con il nero della giacca del ragazzo, la parodia cheap di uno smoking con le maniche arrotolate sugli avambracci. La tentazione di dare uno sguardo dentro mi solletica, ma immagino la solita bisca e passo oltre.
Pochi metri e vengo intercettato da un terzetto di amici. Uno si sbraccia: "Ehi, che si deve fare per chiamarti?". Dicono d'avermi scorto in libreria ed è quasi sottinteso che debba unirmi a loro per una bevuta. Per fortuna la strada mi offre l'opportunità per sganciarmi. La complessa architettura del centro storico vede la strada ostruita da un grosso edificio color sabbia: si può proseguire ma soltanto strisciandoci sotto, perchè la costruzione è come appesa ai due lati della strada. Mentre gli altri si infilano sotto, io scelgo l'alternativa di uno stretto pertugio e li semino mescolandomi tra un'umanità che sa di casbah, turismo dubaiano e antichi mestieri.
Ci sono ovunque piazze biancastre con rovine romane, blocchi di marmo erosi dal tempo, resti sparsi di facciate e monumenti. Su un pendio lastricato che scambio per un belvedere un gruppo di persone sosta davanti a un televisore lcd che trasmette un blob di vecchi film d'azione turchi anni '70: pugni, pupe e canzonette. In inglese mi rivolgo a uno sghignazzante signore in maglietta marinara: è un locale dai capelli corti e brizzolati sulla testa tonda pennellata d'una abbronzatura stanziale. Gli chiedo dove si possono vedere film del genere e mi risponde in un anglo-italiano che devo andare al cinema comedy central. Mi riprometto di andarci, ma il tizio attacca bottone e fatico a seguire il suo discorso. Si avvicina un suo compare che sembra il sosia di Ciccio, con mula al seguito. Mentre cinanciano tra loro l'animale si posizione proprio col deretano puntato sul sottoscritto e intuendo il finale cerco di divincolarmi tra la folla. Comincio a sospettare che sia una candid camera o che sia un duo di svitati buontemponi dallo scherzo pesante. Infatti fanno ostruzione finchè uno schizzo giallastro e liquido non mi raggiunge, schivo il "grosso" ma delle macchie oleose precipitano sulla mia maglietta. La folla ora strepita in preda a raffiche di risate convulse.
Batto in ritirata. Per fortuna non sento addosso l'odore dello slime giallognolo, però vorrei cambiarmi d'urgenza. Dribblo carretti di venditori di souvenir, gruppetti familiari con donne velate finchè arrivo a una piazzetta immacolata e quieta dominata da uno stand a forma di giostra. Ma non è quella la cosa che mi colpisce subito quanto una ragazza che parla con una coppia di anziani turisti: fisico snello, forme da hostess. Ma il suo viso... un trucco marcato, artificiale, ai lati della bocca ha disegnati due solchi. Santo cielo è una bambola! O almeno, le vuole somigliare. Indossa una salopette bianca che le lascia scoperte le ginocchia e anche quelle sono truccate come le giunture a incastro di una bambolina di plastica. Dolls è l'insegna dello stand e non riesco a immaginare cosa possano vendere: cosmetici? Vestiti? Animazione di feste? Sono una decina di ragazze in vari costumi, dallo sportivo ai merletti, dirette da una paciosa signora dalle fattezze orfeiane che le ammaestra come una garrula burattinaia. Devo comunque attraversare la piazza e lo faccio a passo accelerato, anche se una delle impressionanti doll cerca di abbordarmi. Declino gentilmente, vado di fretta e sono impresentabile.
Altra piazza con sorpresa. E' cinta in parte da un colonnato che imita lontani fasti architettonici, bianche scalinate neoclassiche e centro una muraglia rossa, un parete di mattoni rosso lava con strane angolazioni. Vedo dei giovani che si arrampicano perchè lo spettacolo sta dentro. Si sente del movimento accompagnato da una musica disco che fa tanto luna park. La chiamano la rosa rossa: vista dall'alto è un ottagono, una struttura in pvc scaldato al centro da una fonte di calore naturale. Il materiale nel mezzo si scioglie e si ricompone creando forme fantastiche, pilotate da artisti e sponsor (a un certo punto dai flutti rossi emerge anche una mastodontica bottiglie di Fernet Branca). Sui bordi della rosa mi sono arrampicato anch'io seguendo l'esempio di un terzetto italofrancese. Sto cercando inutilmente di accendere la macchina fotografica con una mano sola, mentre con l'altra mi reggo in bilico sullo spigolo. La italofrancesina dalle lunghe chiome bionde siede senza problemi e rimprovera i suoi amici che si sporgono sul magma plastico. Ma i due se ne infischiano e come surfisti richiamati dalle onde si buttano tra i flutti cremisi, apparentemente indenni e ululanti di adrenalinico entusiasmo. Una voce da un invisibile altoparlante precisa che la rosa rossa è azionata da energia naturale e che il Paese è autosufficiente dal punto di vista energetico. Buon per loro, me ne vado. "Certo, penso, sarete anche a posto con l'energia, ma avete un territorio delicato, esposto a terremoti spesso devastanti". Tutte le rovine assumono un'altra veste, meno fiera e preziosa, mi sembrano dei superstiti. Mentre mi infilo strusciando fra tre esili colonne d'alabastro e mi chiedo quanto dureranno.
Bancarelle di frutta fresca tentatrice catturano i miei sguardi. So che non conviene per via dell'acqua, per via dei batteri, però allettano non poco quelle fette di melone brillanti, pesche scintillanti, spicchi verdi e bianchi che promettono succo dolce e asprigni umori. Cogliendo telepaticamente i miei desideri, il tipico ambulante sdentato e bruno come una corteccia d'albero mi indica la mercanzia curiosamente incellophanata sopra una carriola. Ma per lui ho soltanto un cortese "no" che fa calare il sipario sull'intera escursione.
giovedì 14 febbraio 2013
Una storia a brandelli



L'ambiente è chiuso, grandi vetrate e linee di luce artificiale che contrastano le ombre serali. Sono in bilico su una corda di taparella stesa tra le due sponde di una piscina deserta. Più mi sposto e più affondo. Indosso un pigiama estivo di tela leggera che mi fa somigliare a un nottambulo Papillon. Sono quasi a metà del guado con i piedi a mollo e quasi convinto che presto dovrò sguazzare. Ma ecco che un tiepido abbraccio mi avvolge. E' una promessa di felicità che mi convince e mi tranquillizza. E' una divinità acquatica emersa da liquide profondità, come la custode lacustre della spada Excalibur. E' un momento di gioia e quasi mi dispiace scoprire che in realtà il fondale della piscina è soltanto una spanna più sotto: sono in una vasca per bimbi.
Il condominio dove sono ospite ha un ingresso come tanti ma dentro niente ascensore. Ai piani si arriva con le scale mobili, che si incrociano a x dietro una maglia di vetro e acciaio che rappresenta la facciata dell'edificio. Così mentre salgo noto una rampa discendente che stranamente non si muove: c'è il corpo di un uomo in giacca e cravatta slacciata rannicchiato sui gradini. Dorme quietamente con la testa appoggiata a un impermeabile arrotolato. Lo riconosco, è Alan Alda. Un pensiero mi illumina: Pierce e Mc intyre di Mash. Nell'ultimo scampolo di visione scorgo un'altro addormentato dalla testa rosso ricciuta: è lui, l'inseparabile compagno di sala operatoria.
In casa: un appartamento stretto e lungo, arredato in toni moderni e pratici, uno stile Ikea, ma un poco più vintage seventies. Sulle mensole statuette di IZemborg e Ultraman in pose guerresche, un piccolo visore trasmette in sequenza muta scontri di giganti in costume tra i palazzi di compensato in scala perfetta che si impolverano ad ogni capitombolo. Su un tappeto color crema incorniciato di marrone c'è un tavolino basso nero dove già sono disposti alcuni soldati in scala 1/35: sono degli Atlantic tedeschi, ovviamente in pose mai viste. Sembrano più delle statuine da piazzare su una eventuale scacchiera. E come posseduto dal demone del gioco inizio a schierarli sul tavolo, sul tappeto, in corridoio. A un certo punto sento un vociare che arriva dalla porta finestra. L'impulso è di fare ordine prima di un'invasione poco rispettosa del contesto ludico, ma la curiosità prevale. Apro la porta finestra e mi ritrovo al pianterreno di una grande avenue. Al centro della scena una squadriglia di ragazzine asiatiche imbronciate che prova i passi di un balletto metropolitano. Una punk side story che ruba a Bernstein e Beat it di Michael Jackson.
venerdì 28 dicembre 2012
La roggia e la cicatrice
Indagine in corso. Finalmente faccio il mio mestiere e con finta disinvoltura mi spingo tra i caseggiati di un quartiere di periferia ben noto alle cronache. All'apparenza è una zona residenziale luminosa dove i palazzi naviformi contendono la luce agli spicchi di verde delimitati da camminamenti di cemento. Eppure c'è un mistero da illuminare per la curiosità dei miei lettori. Lo sento nel cuore il peso di questa missione, non per fidelizzare – termine che sa di guinzaglio – ma per non tradire le aspettative di chi mi segue sulle pagine del giornale.
Ho divagato fin troppo in amenità pasionarie e sento che occorre una sterzata nel reale. Ecco perché nel teporoso pomeriggio marcio per deserti cortili comunicanti in un canyon di palazzoni storti che paiono spuntare da terra come zanne squadrate di giganti. Edifici pieni di finestre rettangolari poste a eguale distanza come francobolli da collezione. Dagli ultimi piani pendono rigogliose liane d'edera che si attorcigliano ai davanzali. L'effetto capelli al vento dà quasi delle espressioni umane alle facciate.
Dopo aver studiato le sagome irregolari di alcune costruzioni noto la presenza di cavi e teleferiche. Un sistema di trasporto ad alto rischio che però supplisce la mancanza di ascensore. Il terreno dei cortili è accidentato: si aprono tra il verde e il cemento dei sentieri delle fangose trincee da lavori in corso.
All'improvviso, come ispirato, mi arrampico per la facciata di un palazzo che si inclina con pendenza di 45°: quando raggiungo il culmine della performance alpina mi domando se sia questa la strada giusta, dopo tutto il guaio può anche stare ai due capi della teleferica. E così uno sguardo vertiginoso dal 5° piano mi fa individuare una roggia placida dove l'acqua ha l'aspetto di colla liquida, trasparente.
Ridiscendo la parete a ragno e cammino lungo le brumose rive di terriccio fino a una pozza dove è semi sommerso un container bianco. L'imprevista visione mi dà un altra scossa e cerco di trovare un altro punto di guado o vedere se ci sono scritte che possano fornire una nuova pista. Aiutandomi con una trave di legno da cantiere arrivo sul tetto del container, ma appena lo sfioro la sostanza con una scarpa ecco che prende fuoco: svento comunque il pericolo di diventare una torcia umana. Battendo freneticamente il piede a terra smorzo le fiammelle. La suola è intatta e posso affrontare il tragitto del ritorno.
E' un pasticcio. Cos'è quella roba e chi l'ha versata in mezzo alle case? Si è riempito un fossato che sta attorno a un caseggiato. Temo che possa riversarsi negli scantinati, o forse è già accaduto. Ma non voglio essere eccessivamente allarmista e cerco di avvicinare qualche residente. Scorgo in un androne due donne borse della spesa attorniate da bambini giocanti. “Scusate, sono...” Mi investono subito di parole, getti verbali che fatico a decifrare. La più anziana lamenta l'inazione dei miei colleghi. Una litania che pare non finire.
Con un gemito perentorio mi impongo nella conversazione a senso unico e chiedo ulteriori spiegazioni. La donna con la pelle a pergamena, insolitamente abbronzata – forse dal sole della costa Brava – replica col solito misto di disillusa rassegnazione condita da sprazzi d'ironia. Io non posso garantire soluzioni ma illustrare il problema ai lettori, incalzare chi deve darmi risposta. Il sorriso vacilla. S'intromette la donna più giovane che mi dà una versione dei fatti più colorita, un collage di spizzichi e sentito dire. Mi pare sia più impegnata a mostrarmi che non ha il piercing sulla lingua, ma una bianca cicatrice. Un incidente d'infanzia?
Caravaggio country road Foto Kyl
domenica 25 novembre 2012
Lo Zen e l'arte di afferrare le frecce al volo
All'inizio sembra India, poi gli elementi buddisti aumentano e potrebbe essere Thailandia o Birmania - acc.. Myanmar - oppure è tutta una gigantesca rappresentazione all'interno di un padiglione fieristico barcellonese. C'è tutto il calore della bella stagione ispanica, quella che beneficia della rinfrancante brezza marina, e il sole viene filtrato da nubi fini così non capisci se è s'avvicina la sera oppure è una giornata imbronciata.
Avevo pianificato una gita, un'escursione guardando una mappa che parte dalla Malesia e attraverso un arcipelago Sudamericano inesistente porta ai promontori dell'Alaska, con la differenza che la dorsale delle terre emerse non abbraccia il circolo artico ma si protende verso regioni più temperate. Il tutto, da programma, richiederebbe 15 al massimo venti giorni, ma chi c'è l'ha tutto quel tempo. Un'altra volta, mi dico. E poi adesso c'è lo spettacolo.
Solenni colpi di tamburo annunciano l'inizio della rappresentazione. Siamo in un anfiteatro costituito soltanto da quattro alti pilastri e delimitato da lunghi vessilli bianchi ricamati. Pezze di stoffa nera quadrate costituiscono i posti a sedere, o meglio per inginocchiarsi ad imitazione dei protagonisti sul palco: sono una decina di personaggi in costumi d'epoca, arcieri e musici. Somigliano ad antichi nobili giapponesi con neri copricapi e larghe vesti di seta a motivi floreali.
Il miagolio dei "violini" - i shamisen - viene interrotto da secchi colpi di legno che scandiscono le azioni degli arcieri disposti ai lati della scena. Lunghe frecce piroettano lente in cielo per poi conficcarsi in bersagli circolari di carta che sono disposti a terra, soltanto a pochi metri dai piedi dei suonatori. A dir la verità vedo poco, tra le lingue delle bandiere e le teste di chi mi precede, dovrei alzarmi in piedi ma mi accontento di intuire l'azione tenendo a bada la frenesia occidentale del vedere per sapere.
Il nuovo esercizio consiste nel lancio di una serie di frecce pesanti seguito da altre frecce corte e più rapide che le urtano cambiandone la traiettoria e riportandole a terra in punti prefissati. O almeno si spera. Io osservo gli archi lunghi tendersi senza apparente sforzo poi lo scatto che indica il lancio del proiettile: le prede arrivano al culmine della loro corsa ed ecco che sono raggiunte dai cacciatori, i legni si incrociano nei punti prefissati e iniziano la caduta piombando a picco nell'area attorno al palco basso.
Ma qualcosa non va. Ci sono frecce che precipitano nell'area destinata al pubblico. Sembra una mossa studiata visto che le prime si infilano a pochi centimetri dagli spettatori nelle prime file. Però quando ne vedo tre che si urtano a pochi metri dalla mia testa in automatico allungo il braccio: è come se il tempo rallentasse mentre la mia mano s'avvicina alla freccia nella sua traiettoria assassina. Infatti l'agguanto senza difficoltà. Attorno a me, forse consapevole del rischio corso, forse per smitizzare la precisione degli arcieri, c'è chi grida "Bravo!" disturbando non poco l'atmosfera incantata dello spettacolo. Ma forse sbaglio, forse anch'io sono parte dello spettacolo.
foto Arrow of light over my head by mr Kyl
lunedì 29 ottobre 2012
Tripartito.3 - L'aula
L'ultima tappa al posto di lavoro: nell'aula con banchetti scolastici tipo elementari ferve il chiacchericcio delle donne. Avvisto una fiammeggiante pettinatura biondo platino: una ex collega (o ex compagna delle elementari?!?) che, passata alla concorrenza, pare silenziosamente tornata nei ranghi della mia azienda di comunicazione. Prima di venire invischiato in revival spiacevoli guadagno l'uscita e nel corridoio pieno di gente indaffarata, richiami a voce alta e un sottofondo ticchettato di macchine per scrivere che pare rubato di peso da un telefilm poliziottesco anni '80, incontro un mio superiore. Mi prende sottobraccio, anzi mi cinge amichevolmente il collo essendo molto più alto di me: sento che vuole darmi una spiegazione falsa, tanto per rabbonirmi.
Scivolo via, gli afferro il polso e gli torco il braccio dietro la schiena ma senza fargli troppo male. Lui capisce il gioco e mi ruota attorno, però inciampa nei suoi stessi piedoni e mi urta: vado a sbattere con la faccia contro il muro. In breve rimedio un occhio nero. Potrei fargli causa, penso, potrei rovinare tutti e vivere di rendita. L'idea mi solletica e quasi sfoggio il mio livido per il corridoio sempre più affollato.
In una sezione incappo in un capannello di persone che pare conoscermi benissimo e mi chiedono a gran voce di fare l'imitazione di Zorro con tanto di mascherina nera e cappello a tesa larga. Io parto improvvisando un monologo italospagnoleggiante e coinvolgendo come comparsa una signora un po' su' d'età che mi guarda estasiata. Applausi del pubblico e premi. Vinco qualcosa di stranissimo: due cuccioli gatto di Pardo. Sono gatti ma maculati a pelo corto. Li si porta al guizaglio, miagolanti.
Ed eccomi rientrare trionfalmente in aula, mentre l'ex collega ritornata decanta le lodi di un cagnetto con leziosi ciuffi di pelo. Sul suo viso si disegna una smorfia di disappunto per averle rubato la scena mentre irrompono gli oooohhhh di meraviglia della platea. "Cosa sono?" mi chiede quasi schifata. "Sono gatti pardo, un rarissimo incrocio di razze". E il mio sorriso molleggiato è il colpo del ko.
Foto from Murales in Tallinn by Dr Ouamandè
sabato 27 ottobre 2012
Tripartito.1 - Il tragitto
Non è la prima volta che guido nel sonno. Nel caso più recente ero al volante di un'utilitaria con a bordo amici e parenti stretti, ma in una versione più giovane rispetto al presente. Anche io mi sento ragazzo, forse anche fresco di patente. Stringo un volante che mi pare fin troppo ballerino rispetto alla serietà supposta del veicolo e cerco di centrare la carreggiata che, per quanto rettilinea è dispettosa: sembra incurvarsi leggermente nel momento del nostro passaggio.
A complicare la faccenda ci sono schiere di automobilisti che sfrecciano al limite della linea di mezzeria, anzi spesso la superano, impegnati in furiosi sorpassi che implicano il rischio di un frontale dagli effetti disastrosi. Sembra di stare sulle strade pazze degli inseguimenti acrobatici alla Harold Lloyd e i Keystone cops. Infatti la scena si svolge con un audio a bassissimo volume che mi fa nascere il sospetto di una colossale burla. Le difficoltà intanto aumentano: man mano che viaggio nel traffico frenetico di una superstrada dell'hinterland la mia visuale si restringe, i contorni di fanno sfuocati e ogni volta che mi imbatto in un incrocio salto semaforo e precedenze.
La velocità non la determina il mio piede sull'acceleratore, è indipendente e in progressione: comincio a sentirmi prigioniero di un raffinato tormentatore. Ormai ho gli occhi ridotti a fessure e quasi attendo lo scontro come una liberazione. Avvisto una colonna di trattori guidati da idioti che fanno lo slalom in mezzo alla strada. Dopo averne scansati un paio decido di buttarmi su un'aiuola spartitraffico badando di evitare la segnaletica verticale: l'auto ingolfata da erba e terra si arrende mentre vengo tempestato da rimproveri ed esclamazioni di sollievo del parentado.
Foto: Tallinn main road
venerdì 26 ottobre 2012
Tripartito.2 - la residenza
Poi si inserisce una sottotrama casalinga: vivo in un appartamento al piano terra che pare un piccolo Overlook hotel: interni con pareti bianche e moquette al pavimento, piccole stanze arredate come indipendenti zone notte.
A volte mi capita di arrivare in locali inesplorati: in uno di questi scopro un letto con una coperta di raso azzurro bordata di un singolare ricamo d'argento che nel lembo superiore, quello sopra il cuscino, si trasforma in un gancio-appendino decorato a forma di donna piumata. L'impressione complessiva è quella di un sarcofago egizio. Al piano superiore esiste una zona uffici che digrada in un quieto giardino urbano e da quello che capisco è la sede di un consultorio socio-sanitario: mi capita di cogliere brandelli di conversazioni di coppie in crisi e consultazioni con gli avvocati al seguito.
Da uno stretto cortile esterno che si affaccia su una ampia scalinata vedo scendere, accompagnata dal legale annuente, una valchiria dai capelli biondi ma militarmente corti che sfoggia un'audace schiena nuda. Il suo borbottare è appena comprensibile ma avverto che non risparmia strali all'indirizzo del suo ex. Mi ritiro, quasi avessi violato qualche confine della privacy, ma presto devo fronteggiare altre invasioni. Pare che qualcuno si sia introdotto nella mia magione: noto negli stretti corridoi un disordine che non mi appartiene: cocci di vasi e depliant piegati di traverso come misteriosi origami in 2D.
Una fitta di impotenza mi pervade: che misure posso adottare se non conosco nemmeno l'esatta topografia della casa? Mi rassegno e resto indeciso se accomodarmi a letto per vegliare in attesa degli intrusi oppure produrmi in un pattugliamento silenzioso.
foto: Macba Barcellona
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