domenica 27 luglio 2014
Sospeso su un gorilla a Napoli
Una notte di sogno a Napoli, durata pochissimo. Arrivo in treno intruppato nei ranghi di altri turisti con mille pretese. Mi dico "procedi per gradi" e cerco subito una cartina. Sul pavé scaldato dal sole le botteghe di souvenir straripano. Non mi fermo alla prima temendo la ressa. Vado avanti qualche decina di metri e adocchio su un espositore mappe da sette euro. Caspita, mica poco. Però l'alternativa è girare a vuoto.
Ma sono tallonato dalla solita famiglia Brambilla che a mattina inoltrata e visita neppure avviata, disquisisce del pranzo, bambini esplodono in periodici "papi guarda qui!" o "mamimamimami vieni a vedere!". Poi quando sono a tiro della bottega si apre il dibattito sul "ricordino" da portare alla zia di turno, ai vicini che guardano il giardino e l'allarme antifurto. Svicolo a mancina nel primo ingresso museale, una gradinata di un edificio angolare dalle pareti di pietra scrostate.
Dentro si vede poco, ma un grande ascensore passa attraverso le sale della esposizione. Così il visitatore non deve fare chilometri. Il problema lo scopro poco dopo quando mi incuriosisco su una installazione che sembra uno zoo ambientato in una officina sfascia carrozze. Quello che si agita sul fondo e' un gorilla vero oppure qualcuno lo impersona?
Allungo il passo e mi ritrovo fuori dall'ascensore - che si sposta su un altro piano - con i piedi su una trave legata a funi elastiche. Sono sospeso sulla scena artistica, forse ne sono diventato parte e c'è qualche telecamera che mi riprende per futuri sberleffi. Mantenere l'equilibrio non è facile, ci saranno quattro, cinque metti al massimo da terra, se cado bene non mi ammazzo ma serve attenzione. Mi accorgo che sopra di me pendono delle cinghie. Ne afferro una e attendo il ritorno dell'ascensore. Oppure il "CUT" di un ignoto regista.
giovedì 15 maggio 2014
Piccoli incubi con gli amici al cinema dell'oratorio
Mentre ci lascia un grande creatore di incubi quale H. R. Giger, accogliamo la nuova versione americana di Godzilla. Qui di seguito un ricordo intarsiato dei tanti sogni della nostra prima cinefilia.
Grida di incitamento durante la carica dei «nostri», schiamazzi al momento del bacio tra l’eroe e la bella , battute anticipate ad alta voce mentre bottigliette di gazosa sfuggite rotolavano verso le prime file. Il tutto con sottofondo sgranocchiante patatine e cigolii di sobbalzanti sedili di legno.
Scene e musica dai cinema oratoriali a cavallo degli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, magazzini riattati alla pubblica visione, sale di proiezione ricavate in minuscoli soppalchi. Gli stordimenti sensoriali del dolby surround e dell’HD erano lontane milioni di chilometri di pellicola, ma ai giovani spettatori di allora bastava un lenzuolo bianco per vivere la magia del cinema. In questa atmosfera da salotto casalingo «allargato», le folte platee degli imberbi si godevano il rito pomeridiano del grande schermo a prezzo popolare.
Erano programmazioni miste dove l’avventura regnava sovrana spaziando dai colossal biblici agli spaghetti western, dalle produzioni della Disney ai classici della fantascienza. E in questo filone ad alto tasso di mistero e farloccherie l’ appuntamento con l’esotico Godzilla non mancava mai. Fumiganti astronavi razziformi, carri armati telecomandati, costumi alieni con mantelle catarinfrangenti e corazze in carta d’alluminio. E poi mini vulcani in eruzione pirotecnica, dighe di compensato frantumate come biscotti, terremoti ogni 15 minuti con trenini deragliati e il tradizionale ponte schiantato con le macchine che scivolano nel vuoto. Una sinfonia dell’apocalisse che aveva come solista indomabile il lucertolone radioattivo, spettacolare nell’emersione con strepiti dalle acque della baia di Tokyo come una venere degli orrori. A lui spettava la vittoria finale dopo peripezie che coinvolgevano i comprimari umani (scienziati, giornalisti, poliziotti, astronauti e studenti di prima media) reclutati per la suprema battaglia che aveva in palio la salvezza del Giappone o della civiltà umana, in ordine di importanza.
Storie prive di tempi morti, dai dialoghi minimali si «strappava» sulle esplosioni nelle metropoli causate dal nefando avversario di turno. Godzilla, in un escalation da torneo di wrestling, si prodigava in estenuanti scontri con mostri di pari categoria senza esclusioni di colpi... di coda. La catastrofe era così palesemente fasulla da apparire accettabile: un gioco dove l’incredulità non solo era sospesa, ma svolazzava come le squadriglie di jet a filo-propulsione.
Grida di incitamento durante la carica dei «nostri», schiamazzi al momento del bacio tra l’eroe e la bella , battute anticipate ad alta voce mentre bottigliette di gazosa sfuggite rotolavano verso le prime file. Il tutto con sottofondo sgranocchiante patatine e cigolii di sobbalzanti sedili di legno.
Scene e musica dai cinema oratoriali a cavallo degli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, magazzini riattati alla pubblica visione, sale di proiezione ricavate in minuscoli soppalchi. Gli stordimenti sensoriali del dolby surround e dell’HD erano lontane milioni di chilometri di pellicola, ma ai giovani spettatori di allora bastava un lenzuolo bianco per vivere la magia del cinema. In questa atmosfera da salotto casalingo «allargato», le folte platee degli imberbi si godevano il rito pomeridiano del grande schermo a prezzo popolare.
Erano programmazioni miste dove l’avventura regnava sovrana spaziando dai colossal biblici agli spaghetti western, dalle produzioni della Disney ai classici della fantascienza. E in questo filone ad alto tasso di mistero e farloccherie l’ appuntamento con l’esotico Godzilla non mancava mai. Fumiganti astronavi razziformi, carri armati telecomandati, costumi alieni con mantelle catarinfrangenti e corazze in carta d’alluminio. E poi mini vulcani in eruzione pirotecnica, dighe di compensato frantumate come biscotti, terremoti ogni 15 minuti con trenini deragliati e il tradizionale ponte schiantato con le macchine che scivolano nel vuoto. Una sinfonia dell’apocalisse che aveva come solista indomabile il lucertolone radioattivo, spettacolare nell’emersione con strepiti dalle acque della baia di Tokyo come una venere degli orrori. A lui spettava la vittoria finale dopo peripezie che coinvolgevano i comprimari umani (scienziati, giornalisti, poliziotti, astronauti e studenti di prima media) reclutati per la suprema battaglia che aveva in palio la salvezza del Giappone o della civiltà umana, in ordine di importanza.
Storie prive di tempi morti, dai dialoghi minimali si «strappava» sulle esplosioni nelle metropoli causate dal nefando avversario di turno. Godzilla, in un escalation da torneo di wrestling, si prodigava in estenuanti scontri con mostri di pari categoria senza esclusioni di colpi... di coda. La catastrofe era così palesemente fasulla da apparire accettabile: un gioco dove l’incredulità non solo era sospesa, ma svolazzava come le squadriglie di jet a filo-propulsione.
domenica 2 marzo 2014
Quattro quadri e una sola cornice
Il negozio
In strada un espositore girevole con modellini in scatole di cartone di colore grigio, macchinine schuco, soldatini sfusi. Entro in negozio dentro una vetrinetta ci sono carri armati e blindati in resina e metallo. Vorrei vederli meglio, i proprietari mi fanno fare un giro e il negozio diventa un mini market con tanto di clienti che fanno spesa e si incodano alla cassa. Non riesco a comprare nulla anche se metto le mani su tre scatole di cartone muffo dedicate alla guerra di secessione americana. Dentro soldatini di carta e un misto di plastiche e scale diverse.
Il viaggio
Siamo in tre, con mio padre e mio fratello. Una visita in una città della east coast (Boston?). Appena fuori dalla stazione o da hotel ci dirigiamo in un parco e qui mi distanzio dagli altri. Incontro un personaggio in trench e feltro, un volto noto da avanspettacolo. Passo diverso tempo dentro una grande struttura dalle rifiniture in legno, forse un edificio ecologico. Qui recupero una scatola piena di schedine di gruppi musicali, una sorta di schedario radiofonico finemente decorato dal titolo Punk & Progressive.
Il telefilm
Una puntata di Wonder Woman o una sua parodia ambientata nel parco, proprio sotto i miei occhi. Gang femminili e teppisti da video di Michael Jackson. Lei si presenta con un giubbino di vernice rossa e il classico completo. Poi arrivano i cattivi e sembra un musical stile grease ma senza musica. Il capobanda ha fatto sparire due bambini, se li tiene in pancia proprio come il lupo cattivo. Soffre perché ci metterà giorni a digerirli e poi ogni tanto li mostra con orgoglio come per certificare il grado di mostruosità di cui è capace.
La partenza
Decido che ne ho abbastanza e vorrei allontanarmi ma nel parapiglia ho perso la mia tshirt e allora giro per il parco con mio fratello finché ci imbattiamo in mio padre che mi consegna una maglietta bruna very chic. Quando la indosso mi accorgo che ne avevo già una sotto. Prima di andare all'uscita recupero il contenitore musicale e incrocio di nuovo il tipo con l'impermeabile che mi saluta. Quando mi da la mano vedo che è storpio, mi porte un rostro scuro e rattrappito. Ci salutiamo da vecchi amici. Mentre mi avvio all'uscita incappo in un'area giochi. I bambini fanno acrobazie tra tubolari di ferro sotto gli occhi dei genitori, parte una base e i piccoli improvvisano una jam elettronica. Mamme e papà discutono del rock di MInneapolis.
giovedì 30 gennaio 2014
Sordido cinefilo e autobus volante
Il traffico mattutino riprende vigore verso mezzogiorno. Io sono reduce da uno strano incontro con un critico cinematografico/regista che voleva essere intervistato nella sala di un cineclub simile a un night. Anzi quando questo personaggio che somigliava ad un giovane Carlo Giuffrè con occhiali a montatura nera, giacca con panciotto e cappotto in simil cammello, è stato abbordato a una ragazzona di dubbia identità, ho avuto la netta impressione di trovarmi in un locale notturno. A lato della sala c'era il bancone del bar e il solito barista in giacca bianco panna intento a strofinar bicchieri. Più che un quadro la scena sembrava un poster luminoso. Il cinecritico si era seccato - o forse era imbarazzo per la disinvoltura con cui la ragazza dalle spalle squadrate aveva tentato di accalappiarlo, magari se non ci fossi stato io... - e dopo essersi allontanato in fondo alla fila delle poltroncine aveva sdegnato ogni domanda facendo naufragare l'intervista. Per così poco... proprio lui che "aveva cominciato con approcci equivoci negli scantinati, fotoromanzi da pochi soldi, filmetti autoprodotti e infine era diventato una star di Axn" come recitava l'introduzione ufficiale del suo spazio televisivo.
Così sono uscito con l'intenzione di lasciare la città. Scivolavo veloce per la strada seguendo i binari dei tram ed ecco che ad un bivio mi sono trovato imbarcato su un autobus. Avevo guadagnato anche un posto nella fila dietro il conducente: una giovane donna in divisa, capelli biondo sporco raccolti sotto il berretto con visiera. Il bus in città sembra avere una corsia privilegiata, le auto si scansano non appena si avvicina, non c'è il rischio di restare imbottigliati. Ma dopo un incrocio impegnato da lavori in corso veniamo deviati su una carreggiata esterna a quella principale, che comunque scorre parallela alla via principale. A terra si vedono piastre metalliche, grate, cavi e binari, operai con elmetti e pettorine bianche che trafficano dentro le trincee dei sottoservizi. Sprizzano scintille di saldatori sotto i cavalletti che delimitano le aree di lavoro a rischio. Ma l'autobus va, e prende velocità. La cosa mi allarma un poco anche se la conducente e gli altri passeggeri sono perfettamente tranquilli, percepisco addirittura una atmosfera giocosa da gita scolastica: si chiacchiera della meta non del viaggio.
Io però non riesco a distogliere lo sguardo dal fondo stradale e mi stupisco che il bus non sobbalzi quando affronta le giunture delle lastre metalliche o i cavi stesi sulla carreggiata. Sospensioni miracolose o stiamo correndo agganciati a un binario preciso? Non ho l'occasione di chiarire perché l'autobus inizia a scartare verso destra con decisione crescente: andiamo fuori strada mi dico. L'autobus infatti si spinge progressivamente verso i margini della strada che - con un brivido - mi rendo conto costeggia una scogliera a strapiombo. Lo spostamento è inesorabile, vedo le linee del cantiere che si allontanano veloci e un rumore di rocce sgretolate mi avverte che le ruote sono della fiancate destra sono ormai oltre il precipizio. Ma miracolosamente siamo in equilibrio, forse è la velocità a tenerci in bilico. Mi alzo in piedi e scopro che mi sono ingannato: sono le ruote della fiancata sinistra a a urtare le rocce. Siamo quasi del tutto in aria. Cerco di sporgermi e vedo la scogliera, una lunga parete bianca di gesso lambita dal mare azzurro frantumato dal sole in migliaia di riflessi. Ma il momento della caduta non arriva mai: solo un sussulto quando ci stacchiamo completamente da terra. Immagino che al bus siano spuntate delle ali, però senza propulsione sospetto che il viaggio sarà breve. I passeggeri parlottano più intensamente godendosi lo spettacolo intorno, io cerco di figurarmi su quale lato precipiteremo e come assorbire meglio l'impatto: in piedi aggrappato ai sostegni o seduto come in aereo?
All'orizzonte scorgo un lembo di terra. Forse ce la facciamo ad atterrare. E' un prato di verde brillante. La conducente all'improvviso si alza dal posto di guida e inizia a parlottare al telefono. Ma come proprio nel momento cruciale? Forse c'è un pilota automatico. Ma no, vedo il solito volante e i pulsanti apri-porte. Attorno a me vedo studenti esageratamente disinvolti, forse per loro è un tragitto abituale, rischiare la vita una banale routine. La conducente intanto discute con un'amica dei fatti suoi: una storia complicata con un uomo che non sa se perdonare o meno. Faccio fatica a seguire finché il prato non inizia a scorrere sotto il fondo del bus: perlomeno non finiremo distrutti sugli scogli. Ora si pone il problema dell'atterraggio. Ma è un problema solo per me. L'autista tranquilla saluta l'amica e si rimette al posto di guida, pratica una dolce sterzata e l'autobus rallenta progressivamente fino a fermarsi su una piazzola asfaltata. Una pensilina affollata da altri passeggeri in attesa ai margini del prato fa capire che siamo giunti a destinazione. Le porte si aprono e i ragazzi zainati si precipitano fuori vociando allegri.
sabato 4 gennaio 2014
Le grazie e la catastrofe dei rettili giganti
Da quello che ricordo entro in questo grande magazzino che pare una di quelle grosse rivendite di abbigliamento extra centro commerciale. Corsie zeppe di giacche e giacconi, scaffali carichi di maglioni e pantaloni, berretti e sciarpe. Ogni cosa è disposta a modo e la clientela non manca. Anche io mi metto a curiosare pur non provando la necessità dell'acquisto. Ma ben presto noto che ogni maglione, ogni piumino ha una sua storia. Nessuna dietrologia sociale, bensì merchandising: i capi ricordano con stemmi e stile un episodio di una saga fantascientifica che è ambientata prima del primo episodio di Guerre Stellari. Un film che fatico a focalizzare, anche se sono perfettamente convinto della sua esistenza.
Giovani commesse fanno da cicerone illustrando pregi del prodotto e significati immaginifici e inoltre sopra ogni scaffale - a maggior chiarimento - ci sono delle piccole teche che contengono microdiorami con le scene clou: duelli dei protagonisti, paesaggi alieni, struggenti addii a bordo di astronavi e feste in sontuosi palazzi decorati di stucchi d'oro e dignitari in alta uniforme. Ammiro l'arte però la mia ignoranza della trama - resta avvolta in una nebbia che fa emergere sprazzi di melodie, navicelle brunite e gente in tunica bianca - pesa sulla decisione d'acquisto.
Mentre mi dirigo alle casse e quindi all'uscita, considero distrattamente dei portamonete di legno intarsiati con le mappe di mondi inesplorati. In quel frangente non mi sfugge la mossa di un giovinastro con la giacca da ussaro che, mano lesta, infila un berretto di feltro nero sotto la falda penzolante dalla spalla. Si accorge che l'ho visto e per qualche istante esita con un sorriso spiegazzato in faccia, indeciso se proseguire nel reato. Cerco con lo sguardo una commessa: una biondina dai capelli lisci e le labbra struccate sotto il naso lungo. Subito fa per accorrere come se le avessi domandato consiglio, ma con un cenno della testa la dirotto sul giovinastro. L'occhiata di fiamma della ragazza - avvampata anche nell'incarnato - lo fa sciogliere come cera e sghignazzando d'imbarazzo rimette il berretto al suo posto.
Siamo fuori dal negozio. Siamo: io, la bionda commessa e altre due colleghe. Una mora dai capelli corti è molto attraente. Indossano vestiti estivi, cotone bianco e fiori stampati. Siamo sotto il sole lungo una passeggiata che sa di mare. Ci muoviamo sull'erba di uno stretto giardinetto pubblico attraversato da percorsi per skaters. Forse siamo in cerca di una panchina. Nel frattempo le tre ragazze unite come da un invisibile anello mi si fanno incontro, si propongono in alternanza come dei proiettili nel tamburo di un revolver. O, peggio, come la selezione dei personaggi di un picchiaduro. Ognuna ondeggiando la testa sul collo con fare lezioso da sirena snocciola quesiti esistenziali - la felicità, l'amore, la serenità - e io come un giovanotto dalla saggezza fresca conio offro risposte intrise di poesia e umorismo. Credo che l'obiettivo sia centrato quando ridono.
All'improvviso una grossa nuvola di polvere si solleva all'orizzonte, a sud, in fondo alla spiaggia urbanizzata dalle torri albergo che fa tanto Rio de Janeiro. In prima battuta si pensa ad un repentino rovescio del tempo: un temporale di stagione. Ma le nuvole nere non vengono dal cielo, crescono dalla terra. Il vento trasporta sabbia e detriti. L'orribile verità si manifesta quando uno dei palazzi si sbriciola davanti a noi e dalle pareti inghiottite dal crollo sbucano le fauci di un grappolo di giganteschi serpenti.
Se non stessi assistendo alla scena penserei di trovarmi sul set di un film fantacatastrofico. Ma ancora non sono persuaso e così mi avvicino al chiosco di un bar, c'è una televisione sintonizzata su un canale di news 24 ore. Stanno trasmettendo il dramma in diretta. Un elicottero riprende i serpenti ciclopici mentre sfasciano gli edifici in riva al mare con una furia che rivela una sorprendente determinazione. Vogliono proprio buttarli giù, raderli al suolo. Subito mi viene in mente che la salvezza potrebbe essere nell'acqua: simili serpi non possono avere un buon rapporto con il mare. Sto per proporre la fuga alle ragazze quando lo schermo rivela un nuovo orrore: acquattato in acqua bassa un gigantesco alligatore albino fa strage di bagnanti. I mostri procedono in tandem, uno abbatte e l'altro divora. Non c'è scampo. Vogliono fare tabula rasa.
Tutto mi sembra così assurdo. Mi sento schiacciato dall'enormità del disastro, tutti i dolci pensieri di prima appassiti di botto. Un solo sollievo: l'evidente sproporzione della minaccia mi libera da responsabilità e in una certa misura anche dai rimpianti. Il sospetto di essere immerso in una fiction però non si spegne: siamo forse dentro la storia scritta da qualcun'altro, non certo in qualità di protagonisti, ma semplici comparse sacrificabili. Mentre la terra e squassata da colpi tremendi e la polvere graffia la faccia, mi acquatto con le ragazze in attesa della fine o... di un copo di scena.
Foto by Kyl
lunedì 16 dicembre 2013
Un film firmato Frank Zappa
I nuovi ricchi della città non somigliano ai vecchi grigi custodi del capitale e si inventano - con l'aiuto di martellanti pr - fantasiose occasioni per sfoggiare il loro invidiabile status. Ed ecco che sono tra gli ospiti di una signora di nazionalità incerta con un marcato accento cino-padano - camicia bianca con colletto ad ali di cigno e gilet nero seppia come i suoi capelli racconti in un doppio chignon - che apre le porte del suo salotto. In realtà è un piano intero di un grattacielo che si affaccia sul corso principale della city. Noto la folta moquette color sabbia, quadri dalle pesanti cornici dorate. Guardo dalle vetrate i palazzi ridipinti dalla luce del tramonto. La posizione è strategica: non siamo troppo in alto - si possono distinguere i modelli delle auto in strada - nè troppo basso - la foschia dello smog non intacca la veduta -.
Per inaugurare questo spazio consacrato agli incontri culturali e ai fatti suoi, la signora ha pensato bene di commissionare un film d'arte a due registi di grido. Presente soltanto uno. Applausi e cono di luce su... ma quello è Frank Zappa. O almeno una versione giovanile con baffoni neri e capelli sulle spalle. Vorrei capire meglio, ma l'afflusso degli ospiti impedisce liberi movimenti. La signora continua a intrupparci: avanti, avanti. Finchè pure lei deve ammettere che siamo pigiati indecorosamente stile treno pendolari. Ma la soluzione è a portata di clic su un tavolino dalle gambe arcuate addossato al muro. La parete opposta alla vetrata si spalanca e compare una grande camera da letto. Meglio dire "con letto" perchè questo è vasto quanto un ring. La signora con nonchalance incoraggia a entrare e farsi attorno alla sua smisurata alcova. C'è malcelata malizia mentre invita a stringersi e farsi avanti.
Finalmente sistemati possiamo voltarci verso la vetrata che si oscura per la proiezione del film. E' un film muto, anzi è un videoclip. Da quello che capisco è la storia di un mago-guaritore che gira mascherato e compie prodigi. Le scenografie sono caratterizzate dal bianco, dal rosso e dall'oro, il paesaggio si vela di luci fluorescenti verdi e rosate quando i suoi poteri operano. E più il suo dono si rivela efficace più il suo cammino accelera in bilico tra la parata trionfale e una impossibile fuga da se stesso. Mi resta impressa una sequenza con ambientazione veneziana: il nostro avvolto in un mantello carnevalesco balza in un canale e sotto i suoi piedi spuntano esagoni bianchi e rossi che per la meraviglia degli spettatori si animano rivelando il furore del mago.
Il film termina bruscamente. La signora spiega che non c'è stata la possibilità di concludere l'opera, ma meglio qualcosa che niente. E così via a fare festa. Ma in un altro piano del grattacielo, nel seminterrato, nei garage adibiti a dungeon party. Non so cosa abbiano avuto in testa gli arredatori ma quello che vedo somiglia a un rifugio antiaereo militare scavato nella roccia, piccole stanzette illuminate da fili di fibra ottica con il sottofondo musicale governato da impassibili dj. E proprio accanto a un filamento di luminarie intermittenti incrocio il giovane Zappa che sembra il martire di una crociata al neon. Gli accenno del film e spiega candidamente che ha litigato con l'altro collega e così non ha avuto tempo per dare una forma compiuta all'opera. Sono interessato al progetto? Certo che sì.
Passiamo al giorno dopo, l'appuntamento per discutere del film è all'interno di una mostra dedicata a Batman e al bat style. Il tutto in una soffitta con pipistrelli di gomma che penzolano all'altezza della testa. Zappa mi indica alcune tavole steampunk che sembrano uscite da albi della Bonelli. Mi parla di una svolta dark allo stile del film e io immagino che la committente non ne sarebbe felice. Non siamo gli unici visitatori e Zappa viene avvicinato da un paio di ragazze vestite da dame di Versailles. Io sfoglio un manga con le avventure di un improbabile bat kid cercando di origliare la conversazione ma con scarso successo. Le dame se ne vanno tra risatine e sventolamenti di fazzoletti e pizzi. Zappa le saluta e ammiccando si avvicina annunciandomi d'aver combinato. Ma io esito: siamo oltre il fossato della maggiore età. Zappa ride: quel traguardo le signorine l'hanno già doppiato. E poi si lancia giù per le scale di gran carriera.
Io lo seguo, sbuco in una piazzetta pedonale attraversata da trincee per skaters. Mi guardo intorno. Poca gente, qualcuno passeggia con bimbi e carrozzine, c'è chi legge il giornale. Zappa è sparito. O forse è quel tizio là in fondo. Lo raggiungo, lo fermo e questo mi guarda con un sorriso beffardo. In quel momento realizzo che Frank Zappa è morto da anni e che quel giovane che si spacciava per lui era una specie di mutaforma, un imitatore bravo a condizionare l'interlocutore, un maestro di persuasione. L'incantesimo è svanito, si volta e se ne va lasciandomi con un pugno di dubbi.
Finchè non mi scuote un altro passante. E' un ragazzo biondo dagli occhi azzurri: sono io l'altro autore del film. Io invece sono sospettoso, non mi sembra che il soggetto abbia tutte le rotelle al suo posto. Ha i capelli tagliati corti, indossa un bizzarro poncho decorato con motivi geometrici e brandisce una grossa radio seventies poco portatile. Ha l'aria di un uomo da marciapiede caduto in disgrazia. Sgrana occhi come per prepararsi alle pepate domande di una serrata intervista. Io cerco solo di sganciarmi con destrezza, tanto più che la radio vintage rivela uno schermo: noto l'immagine di un lottatore di sumo che fa esercizi. Un pensiero indefinito allora collega il lettone ring della signora ai litigi dei giovani cineasti. Non vado oltre e decido di svegliarmi.
photo Kyl
sabato 5 ottobre 2013
Cuzco come Santiago
E' cominciato con un'indagine su un qualche tipo di reato. Rapimenti forse. Anche se in realtà dovevo coprire una sbronza di Fernet Branca in un locale tipo Mc Donald. Mi ero risvegliato in macchina in mezzo alla campagna mantovana e quando avevo raggiunto la prima casa nota - quella dei nonni paterni - avevo trovato una statua di ebano a grandezza naturale con lineamenti e ornamenti da antico italico che si spacciava per mio conoscente sollecitandomi a prepararmi per una cerimonia - un matrimonio? - giacché mancava "solo un'ora".
Alla fine non ci sono andato e ho iniziato a curiosare nei pressi del mio inatteso parcheggio. Come e perché ero finito là? Perché non ricordavo nulla? Cosa era accaduto in quel black out? Il sentiero conduce a una baracca accanto un albero. La ricordo bene quella costruzione quadrata dalle assi nere dove mio nonno custodiva attrezzi d'ogni genere. Mentre mi avvicino la baracca diventa uno chalet, poi qualcosa di più complesso, più alto e semi coperto da fronde di alberi.
Mentre mi aggiro attorno alla costruzione vedo arrivare due ragazze in pantaloncini corti con zainetti sulle spalle dai quali sporgono ciuffi di verdure e cime di baguette. Hanno l'aria di turiste, anzi lo sono. Le invito a "fare attenzione" e loro mi invitano a entrare in quello che si trasforma in un ostello sugli alberi. Dietro la facciata di legno c'è un piccolo cortile col pavimento d'assi annerite dal catrame. Si sale con una scala oppure usando un montacarichi azionato da contrappesi. Una stretta passerella con sostegni a prova di vertigine porta alla reception. Scopro così che esiste un incredibile turismo delle case sugli alberi.
E tra una vertigine e l'altra mi ritrovo in montagna, il clima è andino: sole che pela e vento secco che gela. La luce però è autunnale e si spande sui giganteschi declivi montani che sembrano nascondere piramidi a gradoni cosparse d'erba ingiallita. Distogliendo lo sguardo traballante dalle vallette verdi dove sono sprofondati i fiumi d'acqua bianca, glaciale, mi arrischio su un percorso senza sentieri. Accanto a me sento il parlottare di altri turisti in giacche a vento e larghi cappelli. La parete però si fa troppo ripida e ad ogni passo incespico sopra rocce instabili, sassi dagli spigoli taglienti, non ancora smussati dal tempo, rotolano giù. Mi aggrappo agli sterpi e guadagno il piazzale lastricato da blocchi di pietra: autobus, capannelli, chioschi di cibo caliente.
Subito mi aggrego a una comitiva che si inoltra in una galleria commerciale dalla facciata in finto stile Inca che fa tanto Gardaland con le sue liane d'edera plasticata. Dentro corridoi di finto marmo e le solite boutique da duty free aeroportuale. C'è una porta a bussola che mi attira, è lì che il flusso turistico deve compiere una tappa obbligata. La guida spiega che è la ricostruzione di una serie di vecchi hotel di Santiago: qui suonava l'orchestra e d'estate si tenevano feste per gli ospiti.
Il senso non mi è chiaro, mi guardo attorno: sulle panchine c'è un gruppo di vecchi emo. Grassi, sfatti dentro le magliette nere, brandelli di capelli rasati e bruciati dalle troppe tinte. Mi guardano cercando di ricordare come si sorride, persi dietro qualche strofa di canzone. Piluccano patatine comprate da un bar gestito da baffetto dalla pelle scura che attende le ordinazioni dall'ondata di turisti senza troppe aspettative.
Da qualche altoparlante nascosto viene diffusa una vecchia melodia da orchestra per party sull'erba. Il vento agita mulinelli di foglie secche
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