mercoledì 14 marzo 2012

martedì 24 gennaio 2012

La fine dell'euro


Di prima mattina vado dal panettiere: quattro panini e due brioches. Fanno quattro e venti. Porgo sorridente la mia card ricaricabile. La commessa la prova sul lettore e fa una smorfia "Mi spiace, deve aver finito il credito". Rosso in volto esco e cerco un bancomat per ritirare i soldi.
Ma gli sportelli automatici non sono più abilitati alla riscossione, c'è stata la riforma. Niente più spiccioli in circolazione: è la formula per spegnere sul nascere la tentazione dell'evasione fiscale e tracciare ogni passaggio di denaro.
Allora vado in Posta per ricare la card: c'è la fila. Tante persone che sventolano i bollettini precompilati. Si può pagare via internet, ma chi si fida? E se capita una verifica, una contestazione, è sempre meglio avere in mano un pezzo di carta. Arriva il mio turno: vorrei ricaricare... ma nel portafogli scopro di avere soltanto tessere di supermercati e carte fedeltà. Altra figuraccia.
Mi decido allora a correre in banca: varco la bussola col fiatone. I promotori finanziari con le scrivanie vicine all'ingresso solitamente appiccicosi stavolta dribblano il mio sguardo. Comprensibile, i "fondi" azionari che mi hanno appioppato non si scollano dal "fondo" della Borsa.
Disturbo un cassiere dall'aria assonnata che controllando con lentezza da bradipo i miei dati al terminale lancia ipotesi tra l'allarmante e il catastrofico.
"Ma è sicuro di avere il conto da noi? Forse non le hanno accreditato lo stipendio. Lei è lavoratore dipendente, libero professionista o in cassa integrazione? Magari è un difetto del sistema: mi pare che non corrispondono i suoi codici di emissione. Ah, ecco il problema: il suo deposito non è stato convertito".
Io tentenno: "In che senso "convertito"?". Ma sì, sbadiglia il cassiere: è ancora in euro, ormai siamo passati allo yuan, lo sanno tutti. Io fisso attonito la card, quell'anonimo pezzo di plastica colorata non riporta nessun simbolo della valuta.
In effetti potrebbe rappresentare un credito in sterline, rubli o pacchetti di smarties. Mi sento preso in giro, vorrei gridarne quattro al cassiere, invece mi sveglio.
Era un sogno, anzi l'incubo della fine dell'euro. Ma per sicurezza subito controllo il portafogli: 30 euro e un paio di monetine. E naturalmente una card ricaricabile che manda sinistri riflessi.

foto: la moneta del futuro in tre diversi tagli: bio, bacato e marcio

domenica 16 ottobre 2011

In foco veritas




Io so che la verità è un fuoco, un calore primordiale che plasma la materia, ma detiene anche il potere di distruggerla. E quando noi, esseri imperfetti, osiamo avvicinarci al suo cospetto non possiamo che cedere alla vampa le nostre spoglie corrotte e svanire. Io non mi sono affacciato che un istante e il mio viso porta i segni indelebili di quell'incontro con l'assoluto.

Questa la mia testimonianza: figli del nuovo secolo, abbagliati dai lumi della Ragione cercavano con baldanza giovanile la sfida con le credenze del passato. Io e il mio amico Roger schernivamo le espressioni di culto come futile superstizione, gli appelli al sovranaturale come degenerazioni mentali. Perciò quando ci imbattemmo in quel circolo esoterico di campagna fremevamo all'idea di scardinare il loro fittizio equilibrio spirituale.
La domenica tutti alla funzione in chiesa ascoltando il parroco e ripetendo i canti sacri, la sera attorno a un tavolino zoppo, indici e pollici congiunti a cerchio evocando presenze dalle oscurità. Avevamo udito di una società segreta di gentleman che giocavano a fare i maghi, per noi una banda di bislacchi occultisti di provincia. Era nostra intenzione sbeffeggiare la loro ipocrisia, mettere in piazza nascoste assurdità e additarle come vizi di menti tarate.
Ma non era facile stanarli, i maggiorenti del paese custodivano bene le loro nequizie e il popolo teneva la bocca cucita. Tutto filava armoniosamente, eppure per quanto ostentassero le loro virtù, i nostri sospetti crescevano. Così decidemmo di entrare di nascosto nella casa dove avvenivano le pubbliche assemblee e anche quelle occulte.

Nelle stanze proibite scoprimmo facilmente un archivio: decine di cassetti, centinaia di dossier che elencavano fatti eclatanti e bizzarri. In sostanza registri di date, posti, personaggi noti, ma niente di originale. Era tutto qui? Nulla di astruso, semmai l'insolita fissazione per la compilazione di curiosità, cataloghi di cose e persone che esprimevano un'ossessione quasi infantile. Bollammo questa mania come un vano tentativo di assumere il controllo degli eventi costruendo schemi fantasiosi, fuori dalla legge della causa e dell'effetto.
Poi notai sul pavimento di legno dei piccoli fori, erano scavati con precisione come per far passare qualcosa di molto sottile. Lo sguardo andò istintivamente al soffitto: privo di lampadario, al centro si vedeva un rettangolo più scuro rispetto all'intonaco. Guardandolo bene capii che aveva anche uno spessore: era una scatola. Bastò una sedia per arrivarci e un minuto per trovare un gancetto che chiudeva il coperchio. Non c'era sicura, bastò un colpo del pollice e il coperchio si spalancò. D'improvviso un fruscio e venni avvolto da una strna membrana. Barcollai sulla sedia, ma Roger mi sostenne. Mi era caduto addosso un grosso involucro flessibile e pesante. Ci impiegammo un altro minuto a capire che si trattava di una grande tela: era ripiegata in maniera strana, forse secondo una sequenza che indicava un preciso rituale, ma a questo punto la curiosità guidava le nostre mani e dimenticammo ogni prudenza.

La tela era spessa, sembrava un tappeto sottile, aveva un lato soffice e leggermente lanoso. Nella fioca luce delle nostre torce schermate, quasi appoggiate alla superficie del tappeto, vedemmo comparire delle scritte. Parole da interpretare, scritte in caratteri sconosciuti o piuttosto travisati da quella che appariva una caligrafia sontuosa e compatta come quella di un codificatore amanuense. Non riuscii a identificare quella lingua che pure mi sembrava familiare, poi scoprii la singolarità: la scrittura era cucita dentro la fodera, stavamo leggendo alla rovescia. Mentre pensavo a come risolvere il problema senza troppi danni vidi Roger che stringeva un libro dalla copertina nera. Non l'avevo notato prima, forse era scivolato a terra quando avevamo svolto la tela.

Roger lo aprì e non ebbe il tempo di sfogliarlo: il suo sguardo si irrigidisce, le guance arrossiscono. L'istante successivo il suo corpo è attraversato da orribili sussulti. Ma tiene sempre il libro aperto, come se avesse braccia di pietra. L'incarnato è violastro e prima che io riesca a sussurare il suo nome il collo si torce di scatto. La bocca sembra spezzarsi in una smorfia, gli occhi rovesciati sono bianchi. Mentre i lineamenti del viso si gonfiano spariscono sotto lingue di fiamma invisibile faccio per avvicinarmi, voglio strappargli il libro. Ma è tardi: il volto annerito di deforma come colpito da un getto di fuoco. Bruciato dalla verità nel suo massimo splendore: l'incontro ultimo. La testa ormai carbonizzata si piega quasi appoggiandosi sulla spalla. Sulla tempia annerita crepita di qualche inverosimile scintilla.

Mi accorsi allora d'aver afferrato il libro per strapparlo dalla stretta di Roger.
La vista si appanna, il calore mi toglie il fiato. Chiudo gli occhi e lo lascio cadere. Sento la pelle che frigge sulle guance, i capelli prendono fuoco. Mi butto a terra. Svengo.

Mi chiedete cos'era quel libro? Una bibbia che parla direttamente alla carne. Un verbo di comando, una rivelazione troppo forte per una semplice creatura umana. Gli uomini non sono ammessi a tale sapere e l'autocombustione è l'unica misura di sicurezza.

E ora io so... io so che che verità è fuoco...

mercoledì 27 luglio 2011

La sede fuori porta



A Puerto Natales la nuova succursale del Club...

Vivere e morire... creativamente




3. La beffa trionfante
Non so come sia accaduto, forse indicando la strada a mio fratello, forse un colpo vibrato a caso durante l'ultimo assalto: qualcuno mi ha pugnalato alla schiena sotto la scapola destra. Sì, lì non c'è il cuore, posso stare tranquillo, ma devo farla finita con quelli là fuori. Potrebbero essercene tre o pochi di più.
Decido di prendere l'iniziativa prima di perdere i sensi. La mia tattica: un tuffo in avanti, oltre la soglia, immagino le lame che mirano al mio collo ma mi proteggo opponendo sciabola e pugnale in una sorta d'asta paracolpi. Il fendente arriva da destra, il pugnale si spezza e la lama mi taglia la fronte. Da sinistra sento un graffio al fianco che mi lacera la tuta: troppo lontano per essere letale.
Stendo le braccia: la sciabola a sinistra incontra subito resistenza, l'ho preso. Mi scaglio col peso del corpo a destra per impedire al nemico un nuovo colpo, in pratica gli casco addosso e prima che possa menarmi un nuovo fendente gli infilo in testa quel che resta del pugnale. Senza fermarsi.
Gli strappo di mano la sciabola non mi guardo neanche alle spalle, corro in campo aperto da emerito imprudente. Spremo le energie residue proiettandomi verso la vasca dello sbruffone. So che è una trappola ma non c'è altro modo per finirla. E' lì che mi guarda incredulo per come sono conciato, per me invece è la copia di un morituro gioacchino Murat.
Una vampata di dolore si accende alla coscia, non riesco a posare il piede sinistro, cado. Ma sfrutto la scivolata per arrivare a bordo vasca e incrociando le lame delle sciabole come una grossa cesoia vado a recidere di netto la testa dell'attonito nemico: la sua glabra figura alla Rupert Everett se ne sta a braccia spalancate, le dita contratte sui bordi nell'atto d'uscire dalla vasca, come un corpo di marmo riemerso dagli scavi di Pompei.

Passano gli istanti, nessuno mi tocca. Ho vinto. Ai superstiti dell'altra schiera ancora acquattati nel buio faccio cenno di andare. Ma non sento risposte, i dolori si stemperano nell'immobilità, resto ad abbeverarmi nella pozza di luce.

foto dal film Dune di David Linch

Vivere e morire... creativamente




La scena è cruenta, decine di giovani in nere tute di cuoio dove spiccano i tagli rossi delle ferite frugano il sottobosco armati di sciabole e coltelli. La foresta è malata, attaccata da un bianco lichene alieno che le succhia la linfa fino a polverizzare le piante. Un ragazzo scosta ciuffi d'erba avvizzita su un pendio dove i tronchi d'albero sono infissi come ossa di morto.
Il cielo è una tavolozza impiastrata di nuvole cupe. Ogni tanto filtrano raggi di luce che riverberano sul biancore di filamenti di licheni stesi sui rami come bava d ragno. L'ingresso è stato scoperto, ma occorre radunare il gruppo.



Io sto a guardia dell'ingresso mentre alla spicciolata, badando a non farsi seguire, arrivano amici e alleati. Il comando avversario però gioca sporco e manda avanti mio fratello con un ostaggio. Non so come sia lì, so che è stato plagiato. Avanza minacciando una ragazza bionda, il filo della spada preme sulla sua gola. Ai fianchi della coppia ci sono due ragazzini pronti a sgattaiolare per fare danni con i loro lunghi pugnali.

Appena passa la soglia con l'ostaggio: un colpo alla spada e l'altro di piatto sulla guancia dove fiorisce un livido. Fede - grido - perchè tu sei Fede ricordi? E lui un po' confuso mi guarda, le braccia sono inerti. La giovane bionda - sua moglie - lo prende per la mano che impugna la spada. Gli altri due ragazzini sono impietriti. Li sorprendo con uno strillo: è voi che cazzo fate qui?

Corrono fuori. La mia preoccupazione è spostare mio fratello dalla linea di tiro, l'ingresso della sala senza porta è pericoloso. I nemici si presentano a ondate di due-tre. Di più non riescono a passare e si intralcerebbero. Indico l'uscita, oltre le porte automatiche c'è una grande scala mobile, lì si sono radunati gli altri del gruppo giunti a destinazione - soprattutto donne - e quando saremo al completo occupando ogni gradino il meccanismo si metterà in moto e raggiungeremo la città.

foto Patagonia: in viaggio verso Puerto Natales