sabato 4 gennaio 2014
Le grazie e la catastrofe dei rettili giganti
Da quello che ricordo entro in questo grande magazzino che pare una di quelle grosse rivendite di abbigliamento extra centro commerciale. Corsie zeppe di giacche e giacconi, scaffali carichi di maglioni e pantaloni, berretti e sciarpe. Ogni cosa è disposta a modo e la clientela non manca. Anche io mi metto a curiosare pur non provando la necessità dell'acquisto. Ma ben presto noto che ogni maglione, ogni piumino ha una sua storia. Nessuna dietrologia sociale, bensì merchandising: i capi ricordano con stemmi e stile un episodio di una saga fantascientifica che è ambientata prima del primo episodio di Guerre Stellari. Un film che fatico a focalizzare, anche se sono perfettamente convinto della sua esistenza.
Giovani commesse fanno da cicerone illustrando pregi del prodotto e significati immaginifici e inoltre sopra ogni scaffale - a maggior chiarimento - ci sono delle piccole teche che contengono microdiorami con le scene clou: duelli dei protagonisti, paesaggi alieni, struggenti addii a bordo di astronavi e feste in sontuosi palazzi decorati di stucchi d'oro e dignitari in alta uniforme. Ammiro l'arte però la mia ignoranza della trama - resta avvolta in una nebbia che fa emergere sprazzi di melodie, navicelle brunite e gente in tunica bianca - pesa sulla decisione d'acquisto.
Mentre mi dirigo alle casse e quindi all'uscita, considero distrattamente dei portamonete di legno intarsiati con le mappe di mondi inesplorati. In quel frangente non mi sfugge la mossa di un giovinastro con la giacca da ussaro che, mano lesta, infila un berretto di feltro nero sotto la falda penzolante dalla spalla. Si accorge che l'ho visto e per qualche istante esita con un sorriso spiegazzato in faccia, indeciso se proseguire nel reato. Cerco con lo sguardo una commessa: una biondina dai capelli lisci e le labbra struccate sotto il naso lungo. Subito fa per accorrere come se le avessi domandato consiglio, ma con un cenno della testa la dirotto sul giovinastro. L'occhiata di fiamma della ragazza - avvampata anche nell'incarnato - lo fa sciogliere come cera e sghignazzando d'imbarazzo rimette il berretto al suo posto.
Siamo fuori dal negozio. Siamo: io, la bionda commessa e altre due colleghe. Una mora dai capelli corti è molto attraente. Indossano vestiti estivi, cotone bianco e fiori stampati. Siamo sotto il sole lungo una passeggiata che sa di mare. Ci muoviamo sull'erba di uno stretto giardinetto pubblico attraversato da percorsi per skaters. Forse siamo in cerca di una panchina. Nel frattempo le tre ragazze unite come da un invisibile anello mi si fanno incontro, si propongono in alternanza come dei proiettili nel tamburo di un revolver. O, peggio, come la selezione dei personaggi di un picchiaduro. Ognuna ondeggiando la testa sul collo con fare lezioso da sirena snocciola quesiti esistenziali - la felicità, l'amore, la serenità - e io come un giovanotto dalla saggezza fresca conio offro risposte intrise di poesia e umorismo. Credo che l'obiettivo sia centrato quando ridono.
All'improvviso una grossa nuvola di polvere si solleva all'orizzonte, a sud, in fondo alla spiaggia urbanizzata dalle torri albergo che fa tanto Rio de Janeiro. In prima battuta si pensa ad un repentino rovescio del tempo: un temporale di stagione. Ma le nuvole nere non vengono dal cielo, crescono dalla terra. Il vento trasporta sabbia e detriti. L'orribile verità si manifesta quando uno dei palazzi si sbriciola davanti a noi e dalle pareti inghiottite dal crollo sbucano le fauci di un grappolo di giganteschi serpenti.
Se non stessi assistendo alla scena penserei di trovarmi sul set di un film fantacatastrofico. Ma ancora non sono persuaso e così mi avvicino al chiosco di un bar, c'è una televisione sintonizzata su un canale di news 24 ore. Stanno trasmettendo il dramma in diretta. Un elicottero riprende i serpenti ciclopici mentre sfasciano gli edifici in riva al mare con una furia che rivela una sorprendente determinazione. Vogliono proprio buttarli giù, raderli al suolo. Subito mi viene in mente che la salvezza potrebbe essere nell'acqua: simili serpi non possono avere un buon rapporto con il mare. Sto per proporre la fuga alle ragazze quando lo schermo rivela un nuovo orrore: acquattato in acqua bassa un gigantesco alligatore albino fa strage di bagnanti. I mostri procedono in tandem, uno abbatte e l'altro divora. Non c'è scampo. Vogliono fare tabula rasa.
Tutto mi sembra così assurdo. Mi sento schiacciato dall'enormità del disastro, tutti i dolci pensieri di prima appassiti di botto. Un solo sollievo: l'evidente sproporzione della minaccia mi libera da responsabilità e in una certa misura anche dai rimpianti. Il sospetto di essere immerso in una fiction però non si spegne: siamo forse dentro la storia scritta da qualcun'altro, non certo in qualità di protagonisti, ma semplici comparse sacrificabili. Mentre la terra e squassata da colpi tremendi e la polvere graffia la faccia, mi acquatto con le ragazze in attesa della fine o... di un copo di scena.
Foto by Kyl
lunedì 16 dicembre 2013
Un film firmato Frank Zappa
I nuovi ricchi della città non somigliano ai vecchi grigi custodi del capitale e si inventano - con l'aiuto di martellanti pr - fantasiose occasioni per sfoggiare il loro invidiabile status. Ed ecco che sono tra gli ospiti di una signora di nazionalità incerta con un marcato accento cino-padano - camicia bianca con colletto ad ali di cigno e gilet nero seppia come i suoi capelli racconti in un doppio chignon - che apre le porte del suo salotto. In realtà è un piano intero di un grattacielo che si affaccia sul corso principale della city. Noto la folta moquette color sabbia, quadri dalle pesanti cornici dorate. Guardo dalle vetrate i palazzi ridipinti dalla luce del tramonto. La posizione è strategica: non siamo troppo in alto - si possono distinguere i modelli delle auto in strada - nè troppo basso - la foschia dello smog non intacca la veduta -.
Per inaugurare questo spazio consacrato agli incontri culturali e ai fatti suoi, la signora ha pensato bene di commissionare un film d'arte a due registi di grido. Presente soltanto uno. Applausi e cono di luce su... ma quello è Frank Zappa. O almeno una versione giovanile con baffoni neri e capelli sulle spalle. Vorrei capire meglio, ma l'afflusso degli ospiti impedisce liberi movimenti. La signora continua a intrupparci: avanti, avanti. Finchè pure lei deve ammettere che siamo pigiati indecorosamente stile treno pendolari. Ma la soluzione è a portata di clic su un tavolino dalle gambe arcuate addossato al muro. La parete opposta alla vetrata si spalanca e compare una grande camera da letto. Meglio dire "con letto" perchè questo è vasto quanto un ring. La signora con nonchalance incoraggia a entrare e farsi attorno alla sua smisurata alcova. C'è malcelata malizia mentre invita a stringersi e farsi avanti.
Finalmente sistemati possiamo voltarci verso la vetrata che si oscura per la proiezione del film. E' un film muto, anzi è un videoclip. Da quello che capisco è la storia di un mago-guaritore che gira mascherato e compie prodigi. Le scenografie sono caratterizzate dal bianco, dal rosso e dall'oro, il paesaggio si vela di luci fluorescenti verdi e rosate quando i suoi poteri operano. E più il suo dono si rivela efficace più il suo cammino accelera in bilico tra la parata trionfale e una impossibile fuga da se stesso. Mi resta impressa una sequenza con ambientazione veneziana: il nostro avvolto in un mantello carnevalesco balza in un canale e sotto i suoi piedi spuntano esagoni bianchi e rossi che per la meraviglia degli spettatori si animano rivelando il furore del mago.
Il film termina bruscamente. La signora spiega che non c'è stata la possibilità di concludere l'opera, ma meglio qualcosa che niente. E così via a fare festa. Ma in un altro piano del grattacielo, nel seminterrato, nei garage adibiti a dungeon party. Non so cosa abbiano avuto in testa gli arredatori ma quello che vedo somiglia a un rifugio antiaereo militare scavato nella roccia, piccole stanzette illuminate da fili di fibra ottica con il sottofondo musicale governato da impassibili dj. E proprio accanto a un filamento di luminarie intermittenti incrocio il giovane Zappa che sembra il martire di una crociata al neon. Gli accenno del film e spiega candidamente che ha litigato con l'altro collega e così non ha avuto tempo per dare una forma compiuta all'opera. Sono interessato al progetto? Certo che sì.
Passiamo al giorno dopo, l'appuntamento per discutere del film è all'interno di una mostra dedicata a Batman e al bat style. Il tutto in una soffitta con pipistrelli di gomma che penzolano all'altezza della testa. Zappa mi indica alcune tavole steampunk che sembrano uscite da albi della Bonelli. Mi parla di una svolta dark allo stile del film e io immagino che la committente non ne sarebbe felice. Non siamo gli unici visitatori e Zappa viene avvicinato da un paio di ragazze vestite da dame di Versailles. Io sfoglio un manga con le avventure di un improbabile bat kid cercando di origliare la conversazione ma con scarso successo. Le dame se ne vanno tra risatine e sventolamenti di fazzoletti e pizzi. Zappa le saluta e ammiccando si avvicina annunciandomi d'aver combinato. Ma io esito: siamo oltre il fossato della maggiore età. Zappa ride: quel traguardo le signorine l'hanno già doppiato. E poi si lancia giù per le scale di gran carriera.
Io lo seguo, sbuco in una piazzetta pedonale attraversata da trincee per skaters. Mi guardo intorno. Poca gente, qualcuno passeggia con bimbi e carrozzine, c'è chi legge il giornale. Zappa è sparito. O forse è quel tizio là in fondo. Lo raggiungo, lo fermo e questo mi guarda con un sorriso beffardo. In quel momento realizzo che Frank Zappa è morto da anni e che quel giovane che si spacciava per lui era una specie di mutaforma, un imitatore bravo a condizionare l'interlocutore, un maestro di persuasione. L'incantesimo è svanito, si volta e se ne va lasciandomi con un pugno di dubbi.
Finchè non mi scuote un altro passante. E' un ragazzo biondo dagli occhi azzurri: sono io l'altro autore del film. Io invece sono sospettoso, non mi sembra che il soggetto abbia tutte le rotelle al suo posto. Ha i capelli tagliati corti, indossa un bizzarro poncho decorato con motivi geometrici e brandisce una grossa radio seventies poco portatile. Ha l'aria di un uomo da marciapiede caduto in disgrazia. Sgrana occhi come per prepararsi alle pepate domande di una serrata intervista. Io cerco solo di sganciarmi con destrezza, tanto più che la radio vintage rivela uno schermo: noto l'immagine di un lottatore di sumo che fa esercizi. Un pensiero indefinito allora collega il lettone ring della signora ai litigi dei giovani cineasti. Non vado oltre e decido di svegliarmi.
photo Kyl
sabato 5 ottobre 2013
Cuzco come Santiago
E' cominciato con un'indagine su un qualche tipo di reato. Rapimenti forse. Anche se in realtà dovevo coprire una sbronza di Fernet Branca in un locale tipo Mc Donald. Mi ero risvegliato in macchina in mezzo alla campagna mantovana e quando avevo raggiunto la prima casa nota - quella dei nonni paterni - avevo trovato una statua di ebano a grandezza naturale con lineamenti e ornamenti da antico italico che si spacciava per mio conoscente sollecitandomi a prepararmi per una cerimonia - un matrimonio? - giacché mancava "solo un'ora".
Alla fine non ci sono andato e ho iniziato a curiosare nei pressi del mio inatteso parcheggio. Come e perché ero finito là? Perché non ricordavo nulla? Cosa era accaduto in quel black out? Il sentiero conduce a una baracca accanto un albero. La ricordo bene quella costruzione quadrata dalle assi nere dove mio nonno custodiva attrezzi d'ogni genere. Mentre mi avvicino la baracca diventa uno chalet, poi qualcosa di più complesso, più alto e semi coperto da fronde di alberi.
Mentre mi aggiro attorno alla costruzione vedo arrivare due ragazze in pantaloncini corti con zainetti sulle spalle dai quali sporgono ciuffi di verdure e cime di baguette. Hanno l'aria di turiste, anzi lo sono. Le invito a "fare attenzione" e loro mi invitano a entrare in quello che si trasforma in un ostello sugli alberi. Dietro la facciata di legno c'è un piccolo cortile col pavimento d'assi annerite dal catrame. Si sale con una scala oppure usando un montacarichi azionato da contrappesi. Una stretta passerella con sostegni a prova di vertigine porta alla reception. Scopro così che esiste un incredibile turismo delle case sugli alberi.
E tra una vertigine e l'altra mi ritrovo in montagna, il clima è andino: sole che pela e vento secco che gela. La luce però è autunnale e si spande sui giganteschi declivi montani che sembrano nascondere piramidi a gradoni cosparse d'erba ingiallita. Distogliendo lo sguardo traballante dalle vallette verdi dove sono sprofondati i fiumi d'acqua bianca, glaciale, mi arrischio su un percorso senza sentieri. Accanto a me sento il parlottare di altri turisti in giacche a vento e larghi cappelli. La parete però si fa troppo ripida e ad ogni passo incespico sopra rocce instabili, sassi dagli spigoli taglienti, non ancora smussati dal tempo, rotolano giù. Mi aggrappo agli sterpi e guadagno il piazzale lastricato da blocchi di pietra: autobus, capannelli, chioschi di cibo caliente.
Subito mi aggrego a una comitiva che si inoltra in una galleria commerciale dalla facciata in finto stile Inca che fa tanto Gardaland con le sue liane d'edera plasticata. Dentro corridoi di finto marmo e le solite boutique da duty free aeroportuale. C'è una porta a bussola che mi attira, è lì che il flusso turistico deve compiere una tappa obbligata. La guida spiega che è la ricostruzione di una serie di vecchi hotel di Santiago: qui suonava l'orchestra e d'estate si tenevano feste per gli ospiti.
Il senso non mi è chiaro, mi guardo attorno: sulle panchine c'è un gruppo di vecchi emo. Grassi, sfatti dentro le magliette nere, brandelli di capelli rasati e bruciati dalle troppe tinte. Mi guardano cercando di ricordare come si sorride, persi dietro qualche strofa di canzone. Piluccano patatine comprate da un bar gestito da baffetto dalla pelle scura che attende le ordinazioni dall'ondata di turisti senza troppe aspettative.
Da qualche altoparlante nascosto viene diffusa una vecchia melodia da orchestra per party sull'erba. Il vento agita mulinelli di foglie secche
giovedì 26 settembre 2013
Attorno alla notte bianca
In paese i bambini ricchi fanno festa. E' come una notte bianca: animazione tutto il giorno. In centro c'è una curiosa sfida padri e figli, le coppie vestono i panni di improbabili supereroi. Incroci di personaggi Marvel e kit da Mission impossible. Anche i vecchi edifici dalle pareti sporche sono stati "truccatti": pannelli e drappi disegnati per dare un tocco d'architettura steampunk. Gruppetti di spettatori e parenti - moglie e sorelline da Mulino bianco - incitano i protagonisti delle sfide eliminatorie. Mi avvicino con prudenza a due ragazzini che stanno facendo da contrappeso agli atletici padri, o comunque ce la mettono tutta per sembrare tali.
Di solito sono personaggi sulla quarantina, capello leggermente brizzolato e on ordine, leggera abbronzatura e dentatura sbiancata. Da come parlano li immagino rappresentanti di commercio, dirigenti aziendali, insomma gente che comanda. I due superpapà si arrampicano per una parete semplice, ma per la metà del tempo penzolano dalle corde sghignazzando e motteggiando. Quando finalmente fanno presa e scivolano dentro le finestre aperte mi sintonizzo sui discorsi dei ragazzini. In particolare c'è ne sta uno con la testa grossa - da filosofo si sarebbe detto un tempo - che racconta al suo coetaneo di un appuntamento, una tradizione di famiglia. Capisco che parla di un anniversario storico che ha qualche problema ad essere rivelato: apologia di fascismo. Ma il bimbetto ne parla fiero e sfrontato con le labbra grosse che gli scoprono invereconde gengive. Sì, mentre parla sorride perché sa che c'è un aria di sfida nelle sue dichiarazioni. Non è farina del suo sacco, atteggiamenti rubati ai grandi.
Mi scosto, urtato dalle smargiassate, facendo un giro che mi porta sulla strada della scuola, mezzo ingombrata da bancarelle. Il flusso dei visitatori mi impedisce di fermarmi e osservare con pazienza, ma su un anonimo banchetto coperte da un telo di cellohpane scorgo scatole di soldatini in scala HO con vetrinetta, minuscole tabacchiere che illustrano le gesta di microrobot nagaiani anni '70 e soprattutto tanti cloni plasticati di marche note fantasiosamente rielaborate. Purtroppo la folla spintoneggia, carica di passeggini e drappelli di minorenni a braccetto di nonni malfermi, non mi dà tregua, devo spostarmi, neanche il tempo di focalizzare quelle meraviglie. L'istinto è quello di rifugiarmi in un negozio, ma non riesco a focalizzarlo e mi ritrovo dall'altra parte della circonvallazione.
Mi intrattengo con una signora - un'antica hippie spettinata - e il suo giovane compagno che hanno da poco dismesso un'attività editoriale. Lo hanno fatto a malincuore ma si mostrano sereni e pensano già ai prossimi obiettivi: una lunga, meritata, vacanza al sole. Siamo in un curioso giardino dove le alte siepi sono murate alla base e l'effetto è quello di un labirinto per bambini. I miei ospiti mi rivelano che una casa vicina è stata visitata dai ladri e mi invitano a darne notizia. Mi affaccio da una siepe per assistere a una scena curiosa: un giovane in maniche corte esce dalla cancellata di una vecchia villa dove staziona un capannello di curiosi. Brandisce un manico di scopa come fosse un fucile e ha occhi spiritati. Ma l'inclinazione della bocca tradisce una tara mentale. E' come se avesse scoperto solo adesso che qualcuno ha fatto un torto alla sua famiglia e, senza sapere come, volesse farsi giustizia. Inseguito e raggiunto prima di affrontare una circonvallazione stranamente priva di traffico, viene riportato in casa blandito da esortazioni e promesse di serenità.
Torno dai miei amici, hanno un appuntamento altrove e li accompagno salendo sulla piattaforma di una fantomatica linea del metrò che ferma direttamente nel giardino dalle siepi murate. E' un viaggio su una minicarrozza che precipita in un tunnel con un'inclinazione di 45°. Emergiamo nel cortile di una vecchia cascina appena fuori dalla cerchia delle mura. Siamo accomodati sullo scheletro di una 126 e mi spiegano che hanno voluto vendere la macchina: non servono auto dove stanno andando.
Foto by Kyl
martedì 17 settembre 2013
Parking nightmare
Fine turno, si esce dall'ufficio. Ma prima mi cade l'occhio su una cartina stradale spiegata su un tavolo e scopro che il paese di Cene è una deliziosa località nel verde circondata da laghetti. Ecco perchè me la decantavano tutti! E noto che poco più sotto c'è Lambrate: è il paese che prende nome dalla stazione? Se è così è molto vicina e comoda per raggiungere Milano. In sovrappiù, quasi a metà del percorso spicca un abitato che si chiama Rai: forse un villaggio televisivo? Decido di fare un'esplorazione.
Come al solito mi ritrovo a piedi in una zona desolata di capannoni, prati spelacchiati con ciuffi d'erbaccia gialla circondati da nodi di superstrade. Sento che ho sbagliato obiettivo devo rimettermi in viaggio. Me lo conferma un collega di passaggio spiegando che la via per Lambrate è un percorso ad alto traffico non certo questa periferia sgangherata. Prima di ritrovare l'auto mi avvicino a una serie di palazzi anni '70 confinanti con vecchi capannoni industriali. E' una zona semideserta dove l'unico segno di vita sono i parcheggi.
All'improvviso la luce cambia. Il cielo sopra di me è notturno: vedo le costellazioni basse poco sopra l'orizzonte frastagliato dalle sommità dei condomini. Un tizio che cammina con difficoltà diretto verso uno scooter cambia direzione e mi prende di mira biascicando qualche parola incomprensibile. Non è la solita scena dello zombi, ha più l'aria di un disabile mentale che vuole lanciarsi in qualche gioco manesco. Infatti mi si butta addosso e con qualche difficoltà lo scanso. Mi insegue, ma è lento.
Altri due figuri arrivano da una via laterale. Hanno l'aria di essere intontiti e posseduti: sospetto che ci sia di mezzo lo strano fenomeno celeste. Ormai mi hanno circondato e non trovo altra soluzione che rovesciargli addosso una serie di improperi. La cosa ha effetto, si scuotono, si svegliano. Subito gli faccio presente che dobbiamo reagire, organizzarci. Una grossa macchina nera con finestrini oscurati sfreccia a tutta velocità sulla via e quasi ci investe. Quando la nuvola di polvere s'abbassa una schiera di figure si fa avanti: maglietta celeste e pantaloni stretti con la piega, capello impomatato e sguardo perso. Un'intera squadra di bowling ci viene addosso. Insieme agli altri li spintoniamo via gridandogli in faccia: è l'antidoto per riscuoterli.
Intanto il sole sorge. Ma è il sole? Una macchia di luce che si allarga al centro del cielo. Il buio stellare viene schiacciato, inghiottito dall'orizzonte. L'incubo svanisce, posso tornare al parcheggio a cercare l'auto.
mercoledì 4 settembre 2013
Lo strano addio a Max Cipollino
In genere evito nomi di persone che capitano dentro il sogno, ma stavolta sono personaggi pubblici e la storia non può farne a meno.
E' morto Massimo Boldi, il terribile Max Cipollino che aveva conquistato le platee televisive e cinematografiche con la sua verve demenziale. E' stato un incidente: un assurda disgrazia sul set di uno spot. Lo vedo mentre dietro le telecamere viene spinto in una buca da alcune comparse che si affrettano a sotterrarlo spingendo una massa di terriccio con la pala di una ruspa gialla. Lui lancia sguardi smarriti e perplessi nella tradizione di Laurel & Hardy. Quando però il ciak è "buono" ed è il momento di tirarlo fuori si scopre che i sostegni non hanno retto alla massa di terra: Boldi è stato sepolto vivo. Pochi minuti senza ossigeno ed è morto soffocato. Il cordoglio formale dei media serpeggia per il Paese.
Io, forse perché ho assistito alla fatale disgrazia, mi reco da uno dei suoi amici più potenti. Silvio B. Sì, proprio l'ex premier che in quanto proprietario di emittenti televisive e casa di produzione cinematografica era stato uno dei fautori del successo di Boldi. In particolare l'aveva aiutato quando era scoppiata una bega milionaria per una violazione contrattuale. B. l'aveva comprensivamente sostenuto trattenendo i suoi famelici legali.
Ora però è un giorno di lutto, anzi una serata improntata al cordoglio. Ebbene la villa di B. è aperta e quasi mi stupisco della facilità con cui sfilo davanti al servizio d'ordine: men in black con dolcevita nero e occhiali scuri intenti ad ascoltare la partita via auricolare. Non ci sono rischi reali per la sicurezza, tutti siamo qui per ricordare Massimo. Noto che l'afflusso è caratterizzato da persone d'una certa età, identificabili con pensionati, insomma quasi coetanei di B. Non è certo tempo per feste con modelle e veline.
Dentro un salone imbandito come la mensa di un albergo tutti trovano posto . Mi aspettavo discorsi e commemorazioni, invece si mangia. Ma scopro che è così tutte le sere: i graditi ospiti sono degli habitué della villa e B. sembra aver cambiato stile di vita. Lo vedo infatti seduto in posizione centrale, neanche capotavola, tra una coppia di signori abbronzati dal sole di Cesenatico. Indossa il maglione blu da riposo ed è stranamente taciturno, parco di sorrisi. Per lo più ascolta con sguardo di finto interesse i discorsi dei commensali. Si percepisce un velo di tristezza per l'amico perduto che gli ospiti faticano a comprendere.
Cominciano a servire in tavola e i commenti si sprecano in una sinfonia assordante di piatti urtati dalle posate e bicchieri che si toccano in rapidi brindisi. B. appare sempre più rabbuiato e stanco di rispondere, ma si va avanti tra complimenti sperticati e tentativi di articolare discorsi che siano graditi al padrone di casa.
Ecco che all'improvviso irrompe un trio di tarchiati musicanti: capelli rasati sul cranio massiccio, vestiti blu fluo, camicie nere a righe senza cravatta. Due colossi armati di chitarra e fisarmonica accompagnano un ometto dinamico che si propone all'attenzione della platea con brevi frasi pronunciate con marcato accento russo: buonaserra signore e signori e un caldo abraccio al cavaliere B. che ci ospita in cuesta magniffica seratta.
Il prologo strimpellante sta per sfociare in una canzone del repertorio partenopeo accompagnata dal battimani dei commensali ormai dimentichi del lutto e pronti alla facezia, ma B. non ce la fa. Scuote la testa, dice "No, no, no", si scusa e si alza. La festa è finita. Precipitosamente gli uomini in nero fanno uscire la gente tra la prima e la seconda portata. Alcuni non hanno neppure visto l'antipasto e accennano una protesta ma vengono cortesemente spinti fino al cancello della villa. Lungo il vialetto cosparso di ghiaia qualcuno maledice i guitti russi e dà la colpa dell'infelice trovata addirittura a Putin. Una signora bene informata invece sostiene che era proprio Boldi a cantare durante le cene e cercare di sostituirsi al comico mentre il suo ricordo era ancora vivo è stato un gesto brutale.
La festa è rovinata, tutti se ne vanno a casa. A sorpresa scopro d'essere venuto in bici. Una graziella dalle gomme bianche e lisce che impone frenate calcolate. La signora bene informata, una professoressa in pensione aggregata alla corte degli adulatori di B. per motivi "alimentari", mi indica la via lungo uno sterrato campestre costellato da giganteschi blocchi di roccia bianca.
ps Ovviamente lunga vita a Massimo Boldi
E' morto Massimo Boldi, il terribile Max Cipollino che aveva conquistato le platee televisive e cinematografiche con la sua verve demenziale. E' stato un incidente: un assurda disgrazia sul set di uno spot. Lo vedo mentre dietro le telecamere viene spinto in una buca da alcune comparse che si affrettano a sotterrarlo spingendo una massa di terriccio con la pala di una ruspa gialla. Lui lancia sguardi smarriti e perplessi nella tradizione di Laurel & Hardy. Quando però il ciak è "buono" ed è il momento di tirarlo fuori si scopre che i sostegni non hanno retto alla massa di terra: Boldi è stato sepolto vivo. Pochi minuti senza ossigeno ed è morto soffocato. Il cordoglio formale dei media serpeggia per il Paese.
Io, forse perché ho assistito alla fatale disgrazia, mi reco da uno dei suoi amici più potenti. Silvio B. Sì, proprio l'ex premier che in quanto proprietario di emittenti televisive e casa di produzione cinematografica era stato uno dei fautori del successo di Boldi. In particolare l'aveva aiutato quando era scoppiata una bega milionaria per una violazione contrattuale. B. l'aveva comprensivamente sostenuto trattenendo i suoi famelici legali.
Ora però è un giorno di lutto, anzi una serata improntata al cordoglio. Ebbene la villa di B. è aperta e quasi mi stupisco della facilità con cui sfilo davanti al servizio d'ordine: men in black con dolcevita nero e occhiali scuri intenti ad ascoltare la partita via auricolare. Non ci sono rischi reali per la sicurezza, tutti siamo qui per ricordare Massimo. Noto che l'afflusso è caratterizzato da persone d'una certa età, identificabili con pensionati, insomma quasi coetanei di B. Non è certo tempo per feste con modelle e veline.
Dentro un salone imbandito come la mensa di un albergo tutti trovano posto . Mi aspettavo discorsi e commemorazioni, invece si mangia. Ma scopro che è così tutte le sere: i graditi ospiti sono degli habitué della villa e B. sembra aver cambiato stile di vita. Lo vedo infatti seduto in posizione centrale, neanche capotavola, tra una coppia di signori abbronzati dal sole di Cesenatico. Indossa il maglione blu da riposo ed è stranamente taciturno, parco di sorrisi. Per lo più ascolta con sguardo di finto interesse i discorsi dei commensali. Si percepisce un velo di tristezza per l'amico perduto che gli ospiti faticano a comprendere.
Cominciano a servire in tavola e i commenti si sprecano in una sinfonia assordante di piatti urtati dalle posate e bicchieri che si toccano in rapidi brindisi. B. appare sempre più rabbuiato e stanco di rispondere, ma si va avanti tra complimenti sperticati e tentativi di articolare discorsi che siano graditi al padrone di casa.
Ecco che all'improvviso irrompe un trio di tarchiati musicanti: capelli rasati sul cranio massiccio, vestiti blu fluo, camicie nere a righe senza cravatta. Due colossi armati di chitarra e fisarmonica accompagnano un ometto dinamico che si propone all'attenzione della platea con brevi frasi pronunciate con marcato accento russo: buonaserra signore e signori e un caldo abraccio al cavaliere B. che ci ospita in cuesta magniffica seratta.
Il prologo strimpellante sta per sfociare in una canzone del repertorio partenopeo accompagnata dal battimani dei commensali ormai dimentichi del lutto e pronti alla facezia, ma B. non ce la fa. Scuote la testa, dice "No, no, no", si scusa e si alza. La festa è finita. Precipitosamente gli uomini in nero fanno uscire la gente tra la prima e la seconda portata. Alcuni non hanno neppure visto l'antipasto e accennano una protesta ma vengono cortesemente spinti fino al cancello della villa. Lungo il vialetto cosparso di ghiaia qualcuno maledice i guitti russi e dà la colpa dell'infelice trovata addirittura a Putin. Una signora bene informata invece sostiene che era proprio Boldi a cantare durante le cene e cercare di sostituirsi al comico mentre il suo ricordo era ancora vivo è stato un gesto brutale.
La festa è rovinata, tutti se ne vanno a casa. A sorpresa scopro d'essere venuto in bici. Una graziella dalle gomme bianche e lisce che impone frenate calcolate. La signora bene informata, una professoressa in pensione aggregata alla corte degli adulatori di B. per motivi "alimentari", mi indica la via lungo uno sterrato campestre costellato da giganteschi blocchi di roccia bianca.
ps Ovviamente lunga vita a Massimo Boldi
martedì 13 agosto 2013
Praga, città del sogno
Praga è una città che si propone di offrire al visitatore l'esperienza di un sogno, un sogno terreno disponibile in ogni declinazione e inclinazione. Una gigantesca multisala pronta "proiettarti" nel tuo film preferito: romantico o mistero? Azione o emozioni forti?
E' una città che resta tenacemente sospesa tra passato e presente, un presente che rispetta la sua storia ma non vi si adagia. Gotico, barocco, secessionismo, liberty e art nouveau sono le gemme del suo patrimonio venuto a patti con i discount, i kebab e i discopub.
E' una città che non conosce separazioni, l'alto e il basso si incrociano: nelle piazze invase dai turismo armato di tablet e reflex, i barboni raccattano resti nei bidoni. Le sedi dei ministeri a un passo dal flusso dei curiosi, le impalcature dei palazzi in ritrutturazione sopra le botteghe artigianali e ristoranti "francesi". All'angolo della vecchia sinagoga si apre il corso delle boutique d'alta moda dove fioccano avvisi di serate glamour e party folli.
E' la capitale di una nazione che appare consapevole dei propri limiti, che conosce le severe lezioni della storia - troppe cicatrici per dimenticare - ed è pronta a cogliere ogni opportunità di sviluppo senza timore di rimboccarsi le maniche. La sua vera magia consiste nel coltivare questo equilibrio tenendo lontane le illusioni. Forse sta qui il vero sogno.
Iscriviti a:
Post (Atom)













