È una di quelle attività extra scolastiche che sconvolge la routine delle mattinate in classe e che fa sentire gli studenti "più grandi". Siamo liceali, radunati in due sale teatrali gemelle. In quella di destra la conferenza, nella sinistra il concerto gospel. Credo che il tema sia religioso e che i relatori portino testimonianze di vita difficile e fede, magari con un pizzico di shoa. Tra i relatori un rabbino con il cappello a bombetta e un elegante Mlk (Martin Luther King) con tutto il magnetismo del predicatore evangelico.
Mi pare che la discussione sia molto pacata, tanto da non approdare a nulla oltre i convenevoli. Nell'altra sala attaccano i canti, un repertorio gospel che però si tuffa in un noto brano rythm and blues. Anche io mi metto a cantare, pur non conoscendo bene il testo. Passa un galoppino nero di Mlk, tutto impettito e sorridente che invita tutti a battere le mani a tempo, offrendo degli opuscoli pubblicitari. Che diavolo vuole di più? Io sta già cantando. Invece quando mi passa vicino fa un cenno della testa e poi scende la scalinata della platea. Neanche l'opuscolo mi ha dato. Magari ha pensato che ero già uno dei loro, invece quel testo potrebbe essermi utile per scrivere la relazione scolastica. Mi accorgo allora che il galoppino nero sta trascinando via con il piede destro la mia sciarpa. E si', siamo vestiti pesanti, io ho un maglione spesso ed un impermeabile lungo. Mi alzo e lo inseguo, ma in quel momento la seduta viene sciolta.
L'assemblea si disperde. Incrocio il secchione di classe n.3 e gli chiedo dell'opuscolo ma mi dice che non è niente. Naturalmente non mi fido finché non scopro che si tratta di un banale quaderno con pagine bianche. Ne raccatto comunque una copia calpestata e abbandonata. Il grosso degli studenti si è già dileguato. Scopro che siamo in una sorta di villa del 700 con affreschi e stucchi d'oro. Grandi scaloni ci portano nell'interrato, un magazzino semi vuoto che si apre su un cortile recintato a bordo mare. O è un lago? In un praticello che appartiene ad una proprietà confinante due braccianti o marinai si rilassando seduti su un piccolo declivo vicino alla riva.
Io, il secchione n.3 e un terzo amico decidiamo di passare da una smagliatura della rete di recinzione. Mentre passiamo davanti ai due tizi quello scuro di pelle con la maglietta a righe e grossi bicipiti ci apostrofa. Parla in un francese stretto, un impasto di marsiglia e magreb che intendo a spizzichi. Mi limito ad annuire e dicendo ogni tanto "bien sur". Scopro che il suo socio regge un cannone del calibro di un sigaro. Hanno l'aria di due pescatori o marinai. Ci invitano a sedere lì accanto prima di guidarci fuori dalla proprietà. Il mio amico approfitta subito del passaggio rituale della canna con una bella aspirata che suscita risatine dei marinai, il secchione invece cerca di interloquire su altri temi sfoggiando il suo francese migliore ma senza risultati. Io declino il turno canna e mi siedo con voluttà sull'erba, dalla tasca infatti estraggo un romanzo dalla copertina verde. Non vedo l'ora di riprendere la lettura.
lunedì 2 febbraio 2015
Massaggio al duce
Dopo una parentesi Genovese a zonzo per strade in pendenza, allentate come vecchi stendipanni al sole, mi sono imbarcato su un aero taxi. Un piccolo velivolo che parte come un taxi, con tanto di autista in giacca di pelle alla Bravi ragazzi e interni moquettati, e poi decolla con un soffio. Al mio fianco si accomoda un signore con una gran mascella chiusa in un rigido sorriso. Sul sedile posteriore, che pare un divanetto da limousine gangsta rapper si siedono due mie colleghe: Reika e Beauty. Siamo diretti a una scuola dove viene segnalato un affresco - ne ho una rapida visione e somiglia a un lavoro di Giotto dai contorni un po' sbiaditi dall'umidità - che piange o trasuda. Miracolo? Occorre un sopralluogo.
Guardo ancora il mio compagno di sedile: anziano, ma robusto. In testa ha un baschetto che si toglie rivelando il cranio glabro. Ed è lì che lo riconosco: ha l'aspetto un po' stranito del suo "recupero" dalla prigione del Gransasso ma è lui. È Benito Mussolini, in arte il duce.
Di cosa si occupa adesso? Il rumore delle eliche mi porta via parte delle sue parole. Capisco "brigate rosse". E poi mettendo insieme i brandelli di conversazione salta fuori che sta scrivendo un saggio sul terrorismo: mette a confronto le azioni "rosse" degli anni '20-'30 e gli anni '70 del Novecento. Ribatto che le situazioni non mi sembrano comparabili: nel Ventennio il controllo dei media era molto stretto (nel senso che la diffusione dei mezzi di comunicazione era limitata a pochi e spesso contrapposti gruppi di potere). C'erano si' la radio e il cinema. Già, il cinema dice lui con l'aria di uno che ne sa qualcosa. Cinema! Fanno eco le colleghe da dietro. Poi lui fa una smorfia di dolore. Uno strappo alla schiena: mi servirebbe un massaggio, dice sollevando un maglione di cotone bianco pesante che scopre un torace ancora robusto e dalla pelle abbronzata. Sul fianco fa capolino un tatuaggio, una cuspide nera di un qualche disegno tribale, o così mi pare. Dovrebbe togliersi il maglione per capire.
Il magnetismo dell'uomo è tale che Reika e Beauty si offrono subito per dargli un casto sollievo. Nella concitazione Reika infila la mano tra i sedili e tasta per sbaglio me: in quell'istante mi rendo conto di non indossare altro che un pigiama estivo di tela cotone simile a quello che portavo in ospedale durante il ricovero. Il signor Mussolini si sposta sul sedile posteriore per agevolare l'operazione "massaggio al duce". Tutto sembra svolgersi in una forma casta e naturale: lui adagiato bocconi e le due premono sulla schiena seguendo le indicazioni dell'infortunato. Nulla di sconveniente, oltre al fatto in se'. Mi volto e scopro che il taxi sta dormendo saporitamente. La cloche è sparita in qualche vano nascosto per dargli spazio.
Mi preoccupo un attimo, ma so bene che c'è un pilota automatico che veglia sulla nostra rotta. E infatti ecco che comincia una planata dell'aero taxi che annuncia l'arrivo. Tutti si ricompongono, il duce si rimette a posto e in breve si atterra. Scendiamo in comitiva, la scuola è vicina. Entriamo nel cortile lastricato a porfido e con qualche aiuola verde. Si scorge un giardinetto con giochi. Varchiamo la soglia e in balzo siamo nell'atrio: e' un ambiente con le pareti piastrellate, bianche e lucide, sembra un gigantesco bagno. L'affresco sta nel reparto cucina che un tempo era la mensa delle monache. Il duce fa strada sciorinando dati e aspetti storici relativi all'asilo. Io però mi fermo, non me la sento più: sono in pigiama...argh!
Processo in piazza Vecchia
I carabinieri fanno selezione all'ingresso, perquisiscono, frugano nelle borse, cercano videocamere, registratori. Io so di averne uno con me. Cerco di distrarli, attacco bottone con un comandante in una saletta che pare lo studio di un avvocato. Sfodero un libro d'arte come regalo, il vice comandante ride "e' proprio il suo genere". Dalla borsa tirano fuori dei dvd, cofanetti di qualche serie smilza, ma prima che possa identificare i titoli vengo ammesso in sala.
L'udienza e' in corso: toghe nere sullo sfondo di alti seggi, camici bianchi per imputati e testimoni. Mi siedo in ultima fila. Un omone calvo, uno dei camici bianchi, si agita con espressione sofferente, steso a terra, dietro un alto scaffale foderato dai tomi della legge. Un altro, con i capelli rasati a forza, scatta verso una finestra aperta. Suona un allarme, io lo seguo, più per curiosità che per dovere. Il giardino sembra un cantiere edile, tubi e buche, pochi ciuffi d'erba incolta. La sua corsa si arresta dopo un largo fossato fangoso, addosso ad una recinzione fatta di rete metallica. La sua fuga termina li.
La mia no.
sabato 29 novembre 2014
Giacche bianche e camici da laboratorio
Vado al lavoro in auto, percorso numero uno. Scorgo un ex collega in bicicletta che mi vede ma finge di non riconoscermi. Nei pressi di un ponte ferroviario la strada è bloccata. Non è esattamente il solito percorso: si tratta Di un incrocio stradale sotto la ferrovia. C'è stato un incidente, almeno così penso mentre parcheggio la macchina lungo il marciapiede. In giorno ne polizia ne vigili del fuoco. Vedo l'ex collega che sgattaiola nel tunnel. Ci sono resti auto e cadaveri ricoperti di garze e bende come mummie. Un uomo con le gambe amputate sotto le ginocchia si agita nella carcassa di una vettura sventrata. Tutto è così polveroso e asciutto che ho l'impressione di una messa in scena da esercitazione. Dove sono i soccorsi? L'idea mi verrà solo dopo: quell'incidente è accaduto anni prima. Vengo tampinato da un premuroso signore che fa il custode del tunnel. Sì, perché lì sotto c'era un garage privato di una ditta, cose degli anni '50, poi la ditta si è trasferita e hanno lasciato lì il custode che è diventato un addetto del comune. Il signore continua a lamentarsi del traffico, scuote la testa "troppe auto per il tunnel". Faccio notare che piazzare un incrocio qui sotto non è una buona idea per snellire la viabilità e mi da subito ragione quasi balbettando per l'emozione.
Ad ogni modo dovrei andare in ufficio, almeno per segnalare la mia presenza. Ma visto che la sede si trova dall'altra parte del tunnel devo risalire la scarpata del passaggio ferroviario. Ci sono altre persone che lo fanno. Un percorso innocuo solo in apparenza. Inizia con un lieve pendio, poi diventa una scalata e la parete e coperta d'erba verde e umida che non favorisce la presa. Lungo il percorso però c'è una corda, che si rivela un pratico filo spinato. Quindi per salire ti devi aggrappare badando a non bucarti le mani. Giunti in prossimità della cima non ci sono appoggi per le gambe, occorre fare l'ultimo tratto a forza di braccia. Sinceramente non mi fido. Altri però mi superano. Una donna dalla cima erbosa mi incita a proseguire con convinzione. Sento che gli altri si godono il panorama è chiacchierano: non potrebbero darmi una mano? Niente, faccio da me. Chiudo gli occhi e procedo stringendo i pugni sul filo, tengo la schiena contro la parete della scarpata per puntellarmi, anche se facendo in questo modo perdo il senso dell'orientamento. Quello che so è che devo avanzare lungo il filo, una mano dopo l'altra. Proseguo così lottando contro la vertigine per diverso tempo finché non sento più voci. Mi accorgo però che sono disteso sulla schiena. Riapro gli occhi: cielo azzurro e un grande prato verde di montagna. Più in là scorgo una costruzione stretta e lunga dai muri bianchi. Mi sembrano le basi in cemento armato per la rampa di un sovrappasso. Attorno alberi da frutta e degli orticelli.
Il posto è governato da un prete: un ometto sulla cinquantina con occhietti tondi come bottoni, azzurri e penetranti, e un pizzetto sale e pepe. Tutti lo chiamano il don, indossa un gilet nero sul quale pende una collanina con crocifisso d'argento, anche se ho qualche dubbio che l'abito faccia il prete. È il responsabile di una specie di centro di recupero da non si sa cosa, forse dallo stress, abbinato a un ricovero per bambini che non paiono orfani, alcuni sono qui con uno dei genitori. Sono esausto per la scalata, svengo. Quando riprendo i sensi sono in una sala che pare l'atrio del centro, il prete mi fa il ritratto psicologico: sei così sei cola', strano che tu sia capace di tanti sogni, dove li prendi? E poi viene la proposta di restare per ristabilirmi. Dico che ci voglio pensare. Mi fa ok e va a occuparsi d'altro. Scopro che posso girare soltanto al pianterreno e che gli ospiti e gli addetti si confondono indossando camici bianchi e giacche o pantaloni da infermieri. Gli unici in abiti normali sono i bambini. Anche io indosso pantaloni di tuta grigio chiara e una giacchetta di tela bianca.
Gli ospiti sono tutti cordiali, ma nessuno rivela nulla sul perché della sua presenza al centro. Bambini e genitori mi danno l'impressione di essere scappati da un familiare violento. Parlano piano, quasi sottovoce e sorridono cercando di scansare l'ira con la mansuetudine. Nell'aria c'è infatti un'atmosfera di serenità artificiale che dopo un po' diventa stucchevole. Sono tutti presi da riunioni, incontri. Mi propongono di riprendere gli studi, il centro offre la tranquillità necessaria e i metodi più efficaci: nella sala atrio ci sono tavolini tipo banchi di scuola, poster e testi che sanno di condensati universitari. Immagino sia una delle attività del centro. La cosa mi solletica, ma dovrei avvisare l'ufficio. Mi sorridono come per dire non ce ne è bisogno. Prendo tempo, mi metto a giocare in una saletta con i bambini e qualche mamma: ci sono un sacco di giochi colorati di plastica. Ovviamente raccatto subito dei soldatini e inizio a spiegare le regole di un wargame a un bimbo. Dopo un po' questo si annoia e va a giocare fuori con gli amichetti, la mamma si scusa. Io dico non fa nulla. Ma intanto sono solo e scatta il piano d'evasione.
Esco da un altro ingresso, quello che porta nella zona degli orti. Alcuni ospiti in camice bianco stanno trafficando con le piante di pomodori. Io allungo il passo, qualcuno mi grida qualcosa. Io volto la testa, sorrido e annuisco, ma continuo a tenere il ritmo veloce. Accorrono altri tizi in camice bianco. Ormai la fuga è scoperta e diventa una corsa. Anche se quelli che mi affiancano non mi bloccano, corrono insieme a me. Ho dei compagni di fuga. Prima di arrivare al frutteto sbucano altre giacche bianche che frenano tutti quelli che corrono. Nasce un parapiglia e io cerco di sgusciare via. All'improvviso si sente un urlo, un ruggito: uno dei camici bianchi si sta trasformando in un colosso muscoloso. Sprigiona rabbia. La scena diventa un fotogramma in bianco e nero. L'uomo ha addosso brandelli di vestiti, digrigna i denti bianchi, attorno al collo taurino i resti del camice gli fanno una bizzarra corolla, sembra Hulk vestito da Kermit la rana. Poi noto i capelli neri e lucidi a caschetto, stranamente simili a quelli del bambino con cui ho giocato. Urla: basta, basta. E tutti cercano di rabbonirlo a distanza. Vedo che arriva il prete e mi sgancio per tornare al Centro.
Mi pare chiaro che nessuno mi sta cercando, che il prete non è tale, ma don è forse un appellativo per un santone della medicina o similia. Forse ha stretto un patto con le autorità per farsi carico di soggetti marginali o problematici. Anche io?
Arriva la notte. Uno degli inservienti mi mostra il dispositivo di sicurezza anti intrusione. Lo fa con una naturalezza tale che intuisco la trappola. O forse è tutta una messinscena per scoraggiare i potenziali fuggitivi? Fingo di addormentarmi su una poltrona nell'atrio. Poi quando cala il silenzio raggiungo le scale e arrivo al primo piano. Uno dei camici bianchi spalanca una porta tagliafuoco con una stretta feritoia vetrata. Attendo acquattato nel sottoscala il suo passaggio e di nuovo salgo per aprire la porta. Ma si apre solo dall'interno. In quel momento una donna con la bustina da infermiera in testa apre. Colgo l'occasione al balzo, entro a testa bassa bofonchiando un "grazie". Prima che possa dire qualcosa ho imboccato il corridoio, in tutto e per tutto simile a uno stretto corridoio di ospedale: pareti color tenue acquamarina, piastrelle giallo ocra, finestre sigillate e oscurate, c'è solo luce artificiale a parte due vetrate alle estremità del passaggio che dovrebbero far entrare la luce solare. Ci sono poche finestre sul lato interno, segno che le stanze sono ampie. È dalle serrature ad apertura con badge elettronico devono essere più dei laboratori che delle sale di degenza. Mentre studio le sigle che contrassegnano le porte mi sorprende un medico, almeno tale mi sembra: occhiali, capelli neri ondulati, con il naso infilato sulla sua cartella e lo stetoscopio al collo. Mormoro un "salve" e rapido giro l'angolo dove trovo una nicchia con poltrone, ficus, e un tavolino con riviste sfogliate. Arriva un altro camice bianco, questo ha l'aria di un tecnico, è rugoso e paffutello, con la barba ispida. Sembra il fratello gemello sfatto del prete. Si accosta a una delle finestre sigillate e poi apre un piccolo oblò che non avevo notato prima. Si guarda intorno furtivo, ma io sono protetto dal fogliame del ficus, e poi caccia dentro il braccio destro. Si sentono gridolini e squittii. C'è qualcosa di malsano nel suo gesto. Non contento tira su la mani e infila il braccio sinistro. Mi sembra di ravvisare delle grida femminili o di creature terrorizzate. Il tecnico fa una smorfia e reprime un urlo con un sospiro profondo. Estrae il braccio e richiude l'oblò. Il braccio è arrossato e pulsa gonfiandosi a dismisura, come la chela di un granchio, mentre il tecnico annaspa stringendo gli occhi per il dolore. Qualcosa deve averlo morso o punto. Forse sta per schiattare. Invece il braccio si sgonfia, il respiro torna normale. Il tecnico tira fuori dalla taschino un block notes e scrive qualcosa mentre si allontana. Anche io prendo la stessa decisione. Troppo rischio per un uomo solo.
Come prevedevo la faccenda dell'allarme era un bluff. Ho superato porte, orti e giardino senza problemi e senza essere intercettato da nessuno. Mi allontano dal centro immerso nel buio camminando sull'erba e seguendo le luci della città che si stendono sotto di me. Ci sarà pure una discesa accessibile. Sento i piedi umidi, mi accorgo che indosso dei sandali aperti e le calze si stanno inzuppando. Dove sono le mie scarpe? Il pensiero si manifesta come una fitta dolorosa che mi scuote. Dove sono le scarpe? E la domanda senza risposta si trasforma in furia. Le luci della città si annebbiano sovrastate dall'onda di marea dell'ira. Sono sorpreso dalla rivelazione della mia stessa rabbia, ma non so fermarla.
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giovedì 27 novembre 2014
La notte dei Super robot: 40 anni dopo
L'idea era di vedere "l'effetto che fa". Tornare al cine per vedere un film a cartoni animati visto 40 anni fa. Sì, parliamo del secolo scorso. Dopo aver lanciato qualche invito vanamente, mi sono avviato da solo alla Notte dei super robot parte prima. In scena Mazinga Zeta, Grande Mazinga e Getter robot con guest star l'Uomo diavolo; tutti usciti dalla penna del maestro Go Nagai. Rivedere su grande schermo gli eroi di un tempo mi intrigava. Quali confronti! Quali ispirazioni!
Principiamo dalla cronaca. In provincia solo un cinema proponeva la serata, quindi scelta obbligata, meta la cattedrale del cinema in versione multisala. Arrivo all'ultimo spettacolo mi accodo dietro teenagers che scalpitavano per Hunger games, qualche coppia che si sacrifica per la commedia con Bova e Cortellesi (ueh! Siamo moderni!) e altri maturotti e anzianoidi che scompaiono nelle pieghe di un palinsesto che va dai cartoni sui pinguini al Ragazzo invisibile di Salvatores. Io da bravo cliente ho già memorizzato numero di sala e quando arriva il mio turno saluto la cassiera e dichiaro. Mi chiede se va bene il posto centrale. Come no. Poi dice dieci euro. E li per li ricevo una invisibile cinquina: ma come? La super notte? Richiami gli appassionati, li inviti, li lusinghi e poi li bastoni mentre cercano di riempirti un mortissimo lunedì sera? Dieci euro. Cinema in crisi. Registi in crisi di identità. Crisi di nervi attoriale. E col cazzo che mi beccate un'altra volta... Faccio del mio meglio per non inarcare il sopracciglio vulcaniano davanti all'incolpevole cassiera e aggiungo impassibile alla banconota da cinque già pronta sul bancone, cinque monete cinque che pesco dal fondo della tasca del giaccone. A sto punto la già pianificata rinuncia alle lusinghe del classico pop corn diventa una ragione di principio. Anzi vi lascio io qualcosa, vado a pisciare. Nei bagni, a dire il vero lindi e splindenti, aleggia una nuvola di gas intestinali mutanti. Sbrigo la pratica rapidamente nel timore che il miasma sia adesivo, poi boccheggiando trovo un tavolino per attendere un'ora degna per l'entrata. Certo, sono arrivato in largo anticipo. Non tanto perché mi aspettassi di vedere nel parcheggio la flotta di Vega in licenza premio, ma perché i cinefili che disertano il weekend inseguendo sconti e promozioni sono una variabile che non ho intenzione di calcolare. Meglio arrivare prima e fare poca fila che palleggiare acceleratore e frizione nel brivido del rush finale.
Mentre me ne sto comodo l'inserviente da una pulitina sistemando sedie e di certo mandando "affare" quel vecchio che gli occupa il tavolino. Ma io sono preso dal dilemma del dolcetto. Ho il distributore a fianco che giallo caramelloso mi sussurra: dai, dai prendi, e che saranno mai due euro. Due euro dopo il salasso del biglietto sono la pernacchia dopo il furto. Eppure qualcosa dentro di me dice che anche questo atto del rito di commemorazione va rispettata. Come un 4 novembre senza corone d'alloro ai caduti. È così che l'operazione in puro stile Fantozzi si completa con l'acquisto di una busta di M&m formato mignon. Quando precipita nel vano raccolta posso indovinare il numero delle noccioline presenti dal rumore. Sono 45 tristissimi grammi. Va be, facciamo finta che sia tutta salute. E poi le riserve di cioccolato mondiale si stanno esaurendo. Forse io ho già mangiato la mia parte.
Visto che non ho più nulla da inventare a un quarto d'ora dall'inizio della proiezione entro. Varco la porta e mi affaccio nella sala...vuota. Anzi no, dalla montagna di poltrone spunta la testolina di un indigeno. Ma sta troppo in alto per familiarizzare, il biglietto mi colloca in posizione centrale. Praticamente starò nella cabina di pilotaggio del Pilder insieme a Koji Kabuto. Passano minuti e dopo aver silenziato il cellulare e scarabocchiato appunti temo che il flop si stia concretizzando (ecco perché 10 euro, maledetti malfidenti), invece ecco che entrano babbo, zio e bimbo. Il bambino, troppo piccolo per aver visto un Mazinga anche solo in replica satellitare, deve essere il depositario delle speranze di papà di tramandare il culto dei robottoni. Applauso. Altri minuti e alla spicciolata entrano fidanzati con amico, duo di amici, mamma e figlia. La direzione ci regala qualche minuti di pubblicità, giusto perché abbiamo pagato un biglietto scontato... Ma gli spot sono talmente veloci che mi inquieto: forse ho perso l'abitudine alle proiezioni in grande schermo. Forse ho la vista affaticata. Niente paura, la direzione piazza a tutto schermo l'avviso che ci farà vedere un cortometraggio di 6 minuti. Peccato che l'avviso resti lì fisso per circa un quarto d'ora. Nel frattempo arrivano altri ex ragazzi: capelli radi, che gli sembrano scivolati nella parte bassa del volto, barbuti per compensazione pilifera. Una fidanzata sottolinea che il suo preferito è "goldrek" e verrà a vederlo se le cambiano turno di riposo. Altri sfoggiano copri cellulare con Grendizer, ma in generale i discorsi sono sintonizzati sui cavoli amari di tutti i giorni: il tetto che perde, il contratto di secondo livello, il "lo chiamo non risponde gli mando una mail" e altre amenità. Il cortometraggio si rivela una serie di trailer di film a cartoni animati. E dopo i saluti dei promoter arrivano finalmente gli scogli. Come quali scogli? Quelli che stanno all'inizio di tutti i film Made in Japan, quelli dove prende il sole Godzilla prima di abbattere la Tokyo tower, quelli che fanno da barriera allo tsunami (non tutte le volte) contro le invasioni nemiche. Insomma quelli della Toei film.
Mazinga Z contro Devilman (titolo che non si capisce perché i due eroi buoni non combattono neanche per un minuti, a parte una psichedelica gara di motociclette. Ma fa parte di una diabolica strategia di marketing nipponico che sfugge alle nostre piatte menti occidentali) viene servito come prima portata. Subito mi colpiscono i colori piatti, che nella grandezza dello schermo risaltano di più. E poi le proporzioni lisergiche, senza rispetto delle prospettive. Comincio a sospettare che qualcosa non vada per il verso giusto. Questo film del 1973 non è certo stato concepito per il 16:9 della sala, non è che hanno fatto una conversione ardita (a casa ho controllato eccome: il film era in un amplissimo 16:9 ma è stato strizzato). Boh, la sensazione di un disordine nelle proporzioni mi è rimasta per tutta la visione del primo episodio (alias mediometraggio)è quindi terminato senza infamia, però vista la qualità non è di sicuro il grande schermo lo scenario ideale per le sue performance, la tivù di casa basta e avanza. Ho teso pure l'orecchio alle voci dei doppiatori, alcune mi parevano uguali all'originale, altre decisamente diverse. Bella l'idea di mettere i nomi dei mostri in italiano e giapponese. Eccezionale la trovata stile di inserire la traduzione delle canzoni della colonna sonora giapponese, un modo per rendere meglio il mood dei protagonisti e della vicenda.
Il film Mazinga Z contro Grande Mazinga è senza dubbio quello che ricordo meglio, anche perché avevo vinto con le patatine un marchingegno a manovella nel quale potevi sbirciare come un piccolo Buster Keaton. Nella cartuccia che avevo in dotazione c'era la scena finale del combattimento nell'arena tra i mostri guerrieri del Generale Nero e i due Mazinga. Scena epica a dir poco. Qui la resa su grande schermo è sicuramente elevata, forse i cambi di scena e gli stacchi di inquadratura erano un po' violenti, accelerati. I colori invece erano vividi e avvampanti come quando si erano stampati nella memoria alla prima visione, complimenti al restauratore. E va segnalato che il brain condor di Tezuia qui è regolarmente storpiato come in originale. Cioè braian condor (i Monty Phyton non c'entrano è tutta farina nostrana). E nel secondo episodio devo dire che le emozioni non sono mancate. Koji disperato, col fratellino in coma, che combatte come una belva contro i mostri ibridi meccanico-mutanti. Il Mazinga Z sbrindellato e mutilato che non s'arrende come da fulgida tradizione militar nipponica. E poi l'apparizione del Salvatore, un Grande Mazinga turbinante, letale e veloce, annunciato dal dottor Kabuto in versione profeta di sventure futuribili. Grande! Mancava solo la pubblicità dell'Ovomaltina.
Si arriva al terzo capitolo, per me un poco trascurato eppure ricco di piacevoli spunti fantascientifici. A partire dall'ufo, poi il mostro mangia metallo e la trappola sull'isola deserta. Un classico. Inoltre vedere in azione il Getter robot è sempre un piacere (spero sempre diano un po' più di spazio al Getter due, ma è come fare il tifo per Annibale). Ai tempi mi era totalmente sfuggita la chiave della rivalità tra squadre, semplicemente mi pareva inverosimile. Uno stratagemma narrativo per puntellare la trama, del resto i buoni stanno sempre dalla stessa parte no? Nel complesso la serata è stata gradevole. Al termine niente applausi ma la voglia c'era. Forse quei dieci euro sfilati pesavano un poco sulle mani. Alla prossima quindi? Magari, mica mi cambiano turno.
Si arriva al terzo capitolo, per me un poco trascurato eppure ricco di piacevoli spunti fantascientifici. A partire dall'ufo, poi il mostro mangia metallo e la trappola sull'isola deserta. Un classico. Inoltre vedere in azione il Getter robot è sempre un piacere (spero sempre diano un po' più di spazio al Getter due, ma è come fare il tifo per Annibale). Ai tempi mi era totalmente sfuggita la chiave della rivalità tra squadre, semplicemente mi pareva inverosimile. Uno stratagemma narrativo per puntellare la trama, del resto i buoni stanno sempre dalla stessa parte no? Nel complesso la serata è stata gradevole. Al termine niente applausi ma la voglia c'era. Forse quei dieci euro sfilati pesavano un poco sulle mani. Alla prossima quindi? Magari, mica mi cambiano turno.
venerdì 19 settembre 2014
La grande rapina e il piccolo cittadino modello
Passeggiavo per le vie di una città familiare ma non ben precisata. Erano calate le prime ombre della sera e dalle vetrine illuminate si potevano ricavare le prime impressioni di una giornata che spirava. Il mio passo era rapido ma non affrettato, non avevo appuntamenti, me la prendevo comoda. Capito davanti a una vetrina "oscurata" da una tapparella, di quelle regolabili da ufficio. Noto che nella parte superiore sbuca una mano: dentro c'è una persona con una mano sollevata. Ma non è un saluto o uno scherzo: il braccio resta lì e dentro di me inizia a suonare il campanello d'allarme.
Il negozio pare una banca, anche se è strano sia aperta così tardi. Estraggo il cellulare e mi fingo impegnato in una conversazione. Nel contempo piego la testa in modo da sbriciare tra le sezioni della tapparella che si estende per ben quattro vetrate. Mi si presenta così, congelata in un quadro vivente, la scena di una rapina. Seduti su banchi o in piedi, alcuni impiegati in camicia bianca sono imprigionati in artistiche gogne tecnologiche che li bloccano al collo e un braccio, oppure - forse per i più recalcitranti - la combinazione testa, braccio e gamba.
I rapinatori hanno capelli neri e lucidi, sono giovani e hanno le facce vagamente orientali nascoste da grandi occhiali da sole. Mentre passo senza accelerare l'andatura, come un lavoratore che ha inserito il pilota automatico verso casa, mi squadrano attenti: soltanto uno ha una pistola, gli altri forse per dissimulare l'assalto brandiscono dei grandi stereo portatili ghetto blaster. Non mi meraviglierei se fossero lanciarazzi camuffati.
Supero le vetrine e attraverso la strada, stavolta a passo di carica, tanto che mi ritrovo in una viuzza laterale e mentre mi dico "adesso chiamo i carabinieri", ecco che si ferma un'auto di conoscenti. Ciao che fai qui, vuoi un passaggio. Devo spiegare tutto e perdo minuti preziosi. Cerco di congedarmi bruscamente e torno all'incrocio mentre faccio il numero d'emergenza.
- Pronto?
Sento che sono in linea, ma il carabiniere sta rispondendo a un'altra chiamata. Metto giù e riprovo, mentre riattraverso l'incrocio cercando però di aggirare l'edificio. Sono stranamente lento, e' come se i vestiti mi fossero cresciuti addosso. La giacca ha delle spalline anni ottanta e i calzoni larghi sulle cosce che sembrano possedere vita autonoma come in un video di Mc Hammer.
Pronto, carabinieri?
Si, dica...
E cade la linea. Ormai sono davanti all'ingresso del retro, che scopro essere quello principale. Ci arrivo giusto in tempo per essere investito da un'ondata di avventori in uscita. Tutti giovani in camicia bianca e cravatta, ventenni in giacca e occhiali da nerd serioso che sorridenti si lanciano saluti. Penso che i rapinatori si siano mischiati nel gruppo costringendo tutti a uscire in massa. Poi lo sguardo corre all'insegna del locale, un grosso tondo nero sul quale spicca in lettere bianche la scritta: Al Capone bar pizza.
E' stato un abbaglio, era una messa in scena, una performance artistica ideata nel locale, un set cinematografico per un video a basso costo o una vera rapina? Ma soprattutto i carabinieri rintracceranno la chiamata e mi chiederanno spiegazioni?
martedì 29 luglio 2014
Forse non lo sai ma anche questo è orrore
Si sveglia nel grande letto avvolto da lucide lenzuola nere. Somiglia a uno di quei giovani attori di telefilm anni settanta con i capelli a caschetto. Qualcosa si muove, un fagotto strano, come un bozzolo. Sguardo di terrore: no, e' il figlio piccolo. Un bimbo di quattro anni. Dorme con il suo papà che ha fatto di tutto per tenerlo con se' quando la mamma se ne è andata. Pur di averlo, di vincere le cause e gli annessi burocratici il giovane papà ha venduto l'anima al diavolo. O qualcosa di peggio.
Quella notte ha fatto un sogno, battezzava i passanti con una lunga asta metallica, la teneva sospesa sulle loro teste e zac, diventavano suoi fedeli. Lo seguivano come un Messia. La polizia inizia a seguirlo, oppure fazioni di una setta concorrente. Si ritrova in una piazza e cerca di impossessarsi di un gruppo di ragazzine che fanno le guide turistiche. Le giovani lo conducono in un antico palazzo in rovina. Li' nei sotterranei c'è una massa di tessuto che pare una trapunta ricamata di seta d'oro: il cuore del mostro. E' il segreto della cittadina, una antica località di mare, ora meta turistica.
Si sveglia e accanto c'è il suo bimbo: e' pieno di graffi, la pelle rossa e infetta, come se fosse bucata da sottili artigli. Il piccolo non piange, si lamenta piano, febbricitante. Il padre e' disperato. Un dottore non potrebbe capire, gli toglierebbero il bambino. Ma come fare? Deve mantenere il patto, un accordo orribile.
Dormono in una specie di spoglio retrobottega. Una porta di apre, sono due signori, marito e moglie, che chiedono notizie del loro cane. Non l'avevano forse affidato alle sue cure? Lui non sa che dire. Il marito si indigna e sbotta facendo fremere i baffi bianchi da tricheco. La moglie dai bianchi capelli con riflessi azzurri invece ha quasi pietà per quel padre spiantato e il suo piccolo.
Se ne vanno, ma dalla stessa porta arriva un ragazzo in divisa da fattorino che gli chiede di restituire un altro cane. Il papà non sa che fare, davvero non ricorda, o forse non vuole ricordare ciò che sospetta. Di certo i cani non ci sono più. Il fattorino se ne va, ma la scena si ripete quando passano altri due corrieri. L'ultimo però è arrivato per una consegna: al guinzaglio ha uno strano esemplare di levriero afghano nero. L'animale ha il pelo folto come una pecora da tosare. Il papà afferra il guinzaglio e insieme al bambino esce. Ha un appuntamento.
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